LA PAURA E IL CORAGGIO

Il mondo si sorregge su un equilibrio fatto di opposti. Il bianco e il nero, il giorno e la notte, la bontà e la cattiveria, il coraggio e la paura.

L’uno, non può esistere senza l’altro. Così, la nostra esistenza va avanti e procede facendo ogni volta una scelta non sempre facile, perché ogni nostra valutazione delineerà ciò che verrà in seguito.

Nessuno di noi conosce i propri limiti, fino a quando il destino ci mette alla prova e solo allora, guardandoci allo specchio, scopriremo chi siamo nella realtà e quanto siamo in grado di dare e di fare.

Per quanto mi riguarda amavo il rischio mettendomi alla prova, combattendo le mie paure e cercando di sconfiggerle.

Il destino delle volte è talmente crudele che è davvero duro andare avanti e ci vuole più coraggio a vivere, che a farla finita.

Che cos’è in fondo il coraggio, se non avere paura, ma andare avanti lo stesso? Ed io ne avevo tanta, ma non ero pronta a cedere.

La testa mi stava scoppiando e quel maledetto ticchettio non riuscivo a capire se era dentro o fuori dal mio cervello; mi stava trapanando la mente così confusa e disorientata.

Lentamente riuscii ad aprire gli occhi e mi svegliai da un lungo sonno per ritrovarmi in un incubo, che era la realtà.

La stanza era nella penombra ma potevo scorgere ogni cosa. Cominciai a guardarmi attorno muovendo da prima solo gli occhi e vidi i macchinari e i tubi attaccati al mio corpo.

Capii in quel momento da dove proveniva il rumore che mi martellava: non era nient’altro che il battito del mio cuore che sentivo attraverso l’apparecchio al quale mi avevano collegato.

Tutto era silenzio attorno a me e mi stava provocando una sensazione terribile, di soffocamento che avrei voluto spezzare con le urla, ma non riuscivo, poiché un nodo alla gola mi impediva di farlo.

Non ho idea di quanto tempo passò prima che qualcuno entrò dalla porta.

“Finalmente si è svegliata, vado a chiamare subito il medico” esclamò un’infermiera sorridendomi e sparendo così com’era apparsa.

Poco dopo, giunsero entrambi.

Il medico mi controllò le pupille e mi domandò come mi sentissi.

“Dove mi trovo?” chiesi invece ignorando la sua domanda e dov’è mio marito?”.

“E’ in ospedale ha avuto un incidente scalando la montagna. Si ricorda qualcosa?”.

Come un lampo mi venne davanti la scena; mi ricordavo eccome!

“Dov’è mio marito?” continuai a chiedere rammentando esattamente quello che era accaduto.

Vidi lo sguardo dell’infermiera e compresi. Hassaan non era riuscito a salvarsi.

Strano ma in quel momento non riuscii a piangere, non urlai, non dissi nulla. Mi chiusi in un mutismo totale.

Ero ricoverata da alcuni giorni e della mia famiglia non era venuto nessuno a trovarmi. Ero sola, lì in ospedale e la cosa non mi aveva di certo meravigliato, purtroppo però scoprii un’altra terribile verità.

“Dottore perché non sento le mie gambe?” domandai durante la visita “Ho dolori in tutto il corpo, ma non riesco a percepire le mie gambe”.

Fu così che appresi la durezza di ciò che mi aspettava: sarei finita su una sedia a rotelle.

Sola, senza mio marito e disabile. Che vita mi attendeva fuori da lì? Perché il destino mi aveva portato questo bel regalo? Che male aveva fatto per meritarmi una punizione simile?

Forse perché contro il volere della mia famiglia avevo sposato uno straniero e per di più con la pelle color dell’ebano.

Il buio, la notte non dovrebbero mai arrivare perché è allora che tutti i tuoi fantasmi, gli spettri, gli orrori dell’anima ti vengono a trovare.

Un pianto disperato s’impossessò di me, rendendomi conto in quel momento della realtà dei fatti. Hassaan era morto nella tragica gita sulla montagna cercando di aiutarmi ed io mi ero salvata restando però invalida a vita.

La paura ride vedendoti fragile, debole, indifesa e tu, non sai come reagire sentendoti inutile e così maledettamente sola. Vorresti urlare, chiedere aiuto ma sai che nessuno arriverà a soccorrerti e la tua anima sanguinante si trascina nelle tenebre.

Così mi sentivo. Che senso aveva vivere in quelle condizioni? Ero disperata.

Finalmente l’oblio del sonno sopraggiunse, salvandomi da me stessa.

Trascorsi in quella maniera dieci lunghissimi, interminabili giorni.

Una mattina una voce che conoscevo molto bene, mi salutò entrando nella camera.

“Mamma, che cosa ci fai qui?” chiesi sorpresa nel vederla.

“Sei sempre mia figlia” rispose avvicinandosi e baciandomi sulla guancia “Come ti senti?”.

Quel bacio mi gelò il sangue nelle vene “Secondo te come potrei sentirmi?”.

“La colpa è tua!” iniziò con i suoi soliti modi “Se non fossi la solita testa matta, tutto questo non sarebbe accaduto”.

Decisi di non replicare, tanto con lei non ne valeva la pena.

Poco dopo entrò il medico con uno strano sorriso “Buongiorno signora devo darle una notizia incredibile, ma sono sicuro che la renderà felice” disse leggendo una cartellina “Lei aspetta un bambino!”.

“Ci mancava solo questo!” gridò mia madre mettendosi una mano sulla bocca e alzando gli occhi al cielo.

“Come sarebbe a dire? Non sapevo di essere incinta” esclamai scossa “E adesso?”.

“Non penserai di tenerlo vero?” proruppe subito lei “Nelle tue condizioni, è impensabile!”.

Per me quella notizia su come ricevere un pugno in faccia. Dovevo riprendermi e riflettere.

Il medico che pensava di rallegrarmi con quell’annuncio, non aveva alcuna idea di che cosa aveva combinato. Se fino a poco prima ero disperata, cercando comunque di non mostrarlo, con quella comunicazione del tutto inaspettata, ero finita in un abisso dal quale non mi sarei mai più rialzata.

Il dottore uscì dalla camera a testa bassa non comprendendo, mentre mia madre iniziò una cantilena che non finì più.

Per lei non aveva senso tenere quel bambino, era del tutto inappropriato.

“Non sarai così folle?” disse sbraitando “Non si è mai visto una disabile incinta! E’ fuori dal mondo!”.

In quel momento non riuscivo a pensare e avrei solo voluto Hassaan vicino a me.

“Ricordati solo una cosa” mi disse guardandomi seria “Se decidi di tenerlo, non mi avrai accanto, sarai sola!” sentenziò.

Con gli occhi lucidi risposi: “Come in tutti questi anni”.

Seccata andò via, lasciandomi con quella spaventosa e pesante decisione da prendere.

Seguì una delle notti più brutte che ricordo. La paura bussò alla mia porta padroneggiando e ridendo di me, mostrandomi un futuro terrificante dove i mostri erano le figure più belle. Mia madre aveva dunque ragione? Una voce sibillina continuava a torturarmi l’anima. Non avevo alcuna via d’uscita se non quella di seguire mio marito.

Attesi la luce del giorno come un assetato l’acqua, nella speranza che mi alleviasse le sofferenze. Non potevo sopportare tanto, non sarei mai riuscita a vivere una vita così.

La disperazione, l’angoscia, lo sconforto totale si abbatterono si di me come un macigno schiacciandomi. In uno stato di totale afflizione mi abbandonai ad una sorta di preghiera, io, che non ero per nulla religiosa.

La paura m’incalzava spingendomi sempre più verso il baratro e verso un’azione di cui magari, mi sarei nel tempo pentita per sempre. Che cosa dovevo fare? Attendevo un segno, un piccolo segnale che mi facesse capire la strada da intraprendere.

“Buongiorno signora” esclamò un infermiere entrando e distogliendomi dai miei pensieri “Questi fiori sono per lei”.

Mi porse un piccolo mazzo di giunchiglie che afferrai dolcemente ringraziando.

“Come mai questo dono?” domandai stupita.

“E’ un pensiero che il reparto le ha voluto fare dopo la lieta novella” rispose sorridendo amorevolmente “Se ha bisogno di me, mi chiami pure senza problemi. Cerchi di Benedetto e arriverò”.

Con quella sua voce calma e la sua aria pacata, mi aveva subito tranquillizzata e restai incantata a guardarlo uscire.

“La giunchiglia” pensai “E’ considerata portatrice di felicità, gioia e di prosperità”.

Poco dopo entrò un’altra infermiera per il solito prelievo.

“Che bei fiori!” esclamò subito notando il bouquet “Chi glieli ha portati?”.

“E’ stato il suo collega” risposi “Mi sembra si chiami Benedetto. E’ un regalo del reparto, almeno così mi ha riferito”.

La donna mi guardò con aria interrogativa: “Ne è proprio sicura? Guardi che qui non ci sono infermieri uomini e non conosco nessuno con questo nome che lavori nel reparto” restò a fissarmi come se fossi uscita di senno, ma non chiese più nulla.

Il mio sguardo invece rimase sul quel mazzo di giunchiglie portato da uno sconosciuto dall’aria pacata.

Tutto è pronto, anche la chiesa addobbata con diversi mazzi di giunchiglie.

Oggi la mia bambina dev’essere battezzata ed ho deciso di chiamarla: Benedetta.

Sì, alla fine presi la mia decisione. La paura bussò nuovamente alla porta,

ma questa volta trovò ad attenderla il coraggio. Lo dovevo a mio marito e al suo sacrificio, lo dovevo alla nostra bambina che era il frutto di un vero, grande amore. E l’amore è la forza più potente del mondo, quella che ti fa superare tutti gli ostacoli e abbattere ogni barriera ed io ne avevo molte davanti. Questa volta però dalla mia parte ci sarebbe stato il coraggio che mi avrebbe aiutato nei giorni a venire.

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