Il prezzo dell’amore

Ho imparato a mie spese che esiste a questo mondo un prezzo per ogni cosa. Quello per l’amore è il più alto da pagare. Non è facile comprendere. E’ stato durissimo anche per me, ma a quei tempi, non potevo fare altrimenti.

Conservo sempre nel borsellino la tua foto. L’unica che sono riuscita a fare. Ogni tanto la prendo tra le mani, la osservo e t’immagino. Il mio cuore sanguina ancora. E’ una ferita che non si è mai rimarginata e mai si chiuderà. Il pensiero di te felice però, mi fa scappare un sorriso.

E’ una bella giornata di sole e mi devo presentare per un nuovo lavoro come cameriera presso una ricca famiglia. Non ho avuto molta fortuna nella vita e non posso aspirare ad occupazioni più prestigiose, poiché non ho alcuna istruzione. Sono rimasta sola troppo presto e per questo ho commesso diversi errori, che mi hanno portato a fare scelte che non volevo.

Guardo il biglietto che mi ha dato l’assistente sociale. Sono arrivata e suono al campanello. La casa è veramente bella: una villetta su due piani circondata da un parco rigoglioso.

Mi apre una donna sulla cinquantina che mi squadra dalla testa ai piedi: ”Lei sarebbe?”

“Mi chiamo Conrad. Julie Conrad, sono qui per il posto da cameriera” rispondo un po’ intimorita.

La donna si alza gli occhiali con un sospiro “Ah sì, l’aspettavamo. Venga”.

Entro quasi in punta di piedi in uno stanzone che era più grande del mio vecchio appartamento.

“Pensavo ad una donna più matura” mi dice continuando a guardarmi con aria di sufficienza “Spero sia in grado di svolgere le mansioni”.

“Sembro più giovane di quanto non sia” rispondo prontamente “Ho più di trent’anni”.

“Molto bene. Faremo un mese di prova e poi si vedrà”.

Quella donna mi metteva in soggezione col suo modo di fare da gran dama. Cercavo però, di non darlo a vedere.

In quell’enorme casa, vivevano solo lei, il marito e la figlia.

L’uomo, al contrario era molto cordiale e con lui mi sentivo a mio agio. La figlia che non assomigliava a nessuno dei due, era viziata, prepotente, indisponente e maleducata.

Nonostante i primi disagi, ottenni il lavoro.

Avevo pochissimo tempo libero, perché le mie mansioni erano veramente tante e dovevo stare molto attenta a ricordarmi tutto. La giovane Susanne non mi dava certo una mano col suo comportamento. Lasciava sempre la stanza in disordine e sbatteva i piedi come una poppante per avere ogni cosa pronta immediatamente. Era insopportabile! Per non parlare di come si rivolgeva nei miei confronti. Neanche fossi la sua schiavetta.

“Julie fai questo… Julie quello non va bene…. Julie fai in fretta che le amiche mi aspettano”.

La sera ero distrutta e pensavo nella penombra della mia stanzetta, che se fosse stata figlia mia, le avrei dato una bella lezione.

Una mattina, mentre ero intenta a riordinare la sua camera da letto, arrivò tutta trafelata perché doveva farsi una doccia e cambiarsi. Fu così che la vidi. Un tonfo al cuore. Mi bloccai mancandomi il respiro. Era un’assurdità, eppure era lì, nello stesso identico posto. Per quanto potei tenere con me la bimba solo poche ore, la ricordo perfettamente. Ogni singolo dettaglio del suo piccolo corpicino ed anche quella buffa voglia sulla coscia sinistra. Non potevano essercene due uguali.

Restai con lo straccio in mano fissando quella ragazza come per la prima volta.

Lei se ne accorse: “Qualcosa non va?” domandò inarcando le sopracciglia con fare altezzoso.

“No, mi scusi” risposi quasi balbettando ed abbassando subito gli occhi, per timore che si potesse intravvedere il mio stato d’animo.

Il destino mi stava giocando un brutto scherzo. Mi stavo forse ingannando?

Quella notte non riuscii a prendere sonno e nei giorni che seguirono, cercai senza farmene accorgere di guardarla con più attenzione. Effettivamente c’erano alcune somiglianze. Forse però, era il mio cuore spezzato, che voleva vederle.

Un pomeriggio, mentre ero in cucina a lucidare l’argenteria, udii un urlo provenire dallo studio. Era la voce della signora Asner. Mi precipitai per vedere che cos’era accaduto.

“Presto Julie, mi accompagni in ospedale. Susanne ha avuto un incidente”.

A quella notizia cominciai a tremare come una foglia e avvertii un dolore fortissimo nel petto. Cercai di non mostrarlo, ma dal mio viso traspariva tutta l’inquietudine della mia anima.

Era incredibile come di colpo, quell’annuncio cambiò anche l’atteggiamento della donna. Aveva abbassato il tono e non era più la gran dama, ma solo una mamma preoccupata.

Quando arrivammo in ospedale, c’era già il marito. Io restai in disparte.

Li vidi parlare animatamente con i dottori e lei disperata, si accasciò su una sedia. Le andai incontro e sedendomi vicino, l’abbracciai.

“Che cos’è accaduto?” domandai al marito.

“Era sul motorino di un amico ed è finita contro un camion. Ha bisogno di un intervento. Gli occorre urgentemente del sangue e…” tentennò “un trapianto di fegato. Altrimenti morirà” disse con un filo di voce.

A quella notizia non potei trattenere le lacrime. Uscirono da sole, senza che me ne accorgessi. Ero molto scossa e singhiozzavo totalmente distrutta. Tanto che l’uomo mi posò una mano sulla spalla cercando di calmarmi.

Si avvicinò nuovamente il medico.

“Signori Asner la situazione è molto grave. Dobbiamo trovare assolutamente un donatore compatibile. Ogni minuto è prezioso per salvare vostra figlia”.

“Magari fossi veramente sua madre” gridò la donna affranta dal dolore.

Fu così che venni a sapere che Susanne era stata adottata. A quel punto non avevo più dubbi.

Mi offrii subito per fare le analisi e per costatare la compatibilità. Quando arrivarono i risultati, il dottore mi guardò sbalordito.

Non avevo alcuna indecisione sul da farsi. Dopo circa un’ora ero in sala operatoria, avrei donato parte del mio. C’è solo un amore che può fare questo, che ti può dare questo coraggio.

Julie non superò l’operazione.

Susanne visse, continuando a credere che a salvarle la vita fu la sua cameriera.

Non sua madre.

 

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