Desiderio di libertà

Anche quella mattina come tutte le altre, mi ero svegliata alle tre, perché era mio compito andare a prendere l’acqua al pozzo e fare i mestieri in casa, una piccola capanna. Da quando mia madre ci aveva lasciato dando alla luce suo figlio, dovevo occuparmi della famiglia, di mio padre che lavorava come bracciante e dei miei due fratelli.

Qui in Malawi la situazione era molto critica e il nostro villaggio era uno dei più poveri.

L’unica speranza per una ragazza era quindi quella di sposarsi un uomo con un buon lavoro e di andare a vivere nella città.

E presto sarebbe toccato anche a me, perché dalle nostre parti le donne si sposano giovanissime, poco più che bambine. Sì, spose-bambine che fanno figli che sembrano i loro giocattoli.

Questo sarebbe stato il mio destino, già segnato come quello delle altre che avevano la sfortuna di nascere in questa parte del mondo.

La sera, mentre gli uomini erano fuori a chiacchierare tra loro e il sole esausto calava dietro l’orizzonte, mi soffermavo davanti all’uscio e la mente vagava lontano.

Un giorno mi era capitato di vedere un libro pieno di scritte e di figure e da allora, non facevo altro che pensare a quanto sarebbe stato bello imparare a leggere e scrivere.

Purtroppo nel nostro villaggio per noi ragazze era tassativamente proibito andare a scuola. Solo ai bambini era consentito frequentare le lezioni.

Le donne servono solo per fare figli e pulire la casa. Non hanno nessuno diritto, neppure di parlare!”.

Questa era la legge e bisognava rispettarla.

Il tasso di analfabetismo tra le donne mussulmane e tra le comunità islamiche del Malawi è altissimo. Le norme e i pregiudizi culturali hanno fatto in modo che, le bambine abbandonino la scuola o addirittura che neppure la frequentino, come nel mio caso.

Dentro di me però cresceva ogni giorno di più il desiderio di imparare. Ero sicura che se avessi studiato, la mia vita sarebbe stata diversa.

Una sera provai a parlarne a mio padre e il risultato furono le percosse.

Nessuna parola da parte sua, come se fosse normale si alzò, mi portò da una parte della casa, mi scoprì la schiena e cominciò a colpirmi. Ricevetti ben venti frustate. Io urlavo, cercavo di divincolarmi, ma lui mi aveva bloccata in un angolo e solo quando ebbe terminato, mi lasciò.

Ripiegata su me stessa per i dolori e completamente piena di sangue, restai in quella posizione per ore. I miei fratelli ancora troppo piccoli, erano restati a guardare.

Avevo solo dieci anni ma il mio corpo era stato martoriato già diverse volte.

Nonostante la mia giovane età, ero stanca di quella vita fatta di privazioni dovute alla povertà, di lavoro duro, di umiliazioni e soprattutto di maltrattamenti.

Non potevo fare nulla di ciò che volevo, perché ricevevo frustate.

Che cosa chiedevo in fin dei conti se non soltanto di vivere come una bambina della mia età? Volevo studiare, andare a scuola, giocare e ridere. Quest’ultima, non ricordavo neppure che cosa fosse. Non riuscivo difatti a rammentare l’ultima volta che avevo riso o che mi ero divertita.

Tutto mi era proibito.

Ardeva dentro di me il desiderio di libertà e la notte era l’unico momento tranquillo, in cui potevo essere serena. Quando però mi soffermavo a pensare alle piccole cose che i bambini dall’altra parte del mondo possedevano ed io non avevo, il viso si rigava di lacrime. Silenziose, amare lacrime che nessuno vedeva.

Sì, perché ero venuta a sapere dalle suore del villaggio che cosa esisteva nel mondo occidentale. Tutto quello che qui non c’era. Avevo saputo che quei bambini erano amati e trascorrevano la loro giornata in maniera diversa dalla mia.

Giorno dopo giorno, alba dopo alba, questa era la mia vita e sarebbe continuata così, fino a quando verso i dodici anni mi sarei sposata.

E dopo? Sarebbe stato ancora peggio.

Se guardavo le donne del mio villaggio la situazione era deprimente. Tanto lavoro, figli, miseria e mortalità precoce. Dovevo ribellarmi. Non poteva e non doveva essere la mia vita.

Una nuova aurora mi trovò sanguinante nel campo vicina casa per l’ennesima futilità. L’acqua che avevo raccolto per mio padre non era sufficiente.

I vicini non dissero nulla, nessuno s’intromise benché tutti, uomini e donne avessero visto quella scena raccapricciante. Per loro, era normale.

Quella volta pensai addirittura che era giunta la mia ora. Respiravo a fatica e non riuscivo a muovermi, tanti erano stati i colpi che mi aveva inferto.

Ero un esserino fragile, gracile, minuscolo che un padre avrebbe dovuto difendere, invece nelle sue mani, nelle mani di quel mostro, il mio aspetto delicato si era trasformato. Oramai devastato da anni di percosse la mia carne era divenuta irriconoscibile.

Non potevo più sopportare altre frustate, ancora umiliazioni. Offesa nel corpo e nello spirito decisi che dovevo andarmene.

Escogitai così una sorta di fuga, anche se mi dispiaceva lasciare i miei fratelli, in modo particolare il più piccolo.

Quella sera avvisai che, il giorno successivo sarei andata a trovare una zia in un villaggio vicino. Mio padre non mi fece alcuna domanda. Rispose con un grugnito.

Era la mia unica salvezza. Come sempre mi alzai prima dell’alba e presi i due stracci che possedevo li misi dentro una sacca di juta, baciai i miei fratelli e uscii.

Più mi allontanavo dalla capanna e dal villaggio, più sentivo crescere in me un senso di libertà che non avevo mai provato prima. Era una sensazione bellissima, nuova. Non temevo l’ignoto e neppure il fatto che ero completamente sola a compiere quel viaggio, in quel momento la cosa importante era aver lasciato alle spalle l’orrore dei maltrattamenti quasi quotidiani.

Non mi voltai indietro neppure una volta, troppa era la felicità che stavo provando e quella per me, era un’emozione sconosciuta. Avrei voluto durasse per sempre, ma la realtà è diversa dalle favole.

Camminando per tutta la giornata giunsi al villaggio dove risiedeva mia zia e lì, la tragica scoperta.

I miei parenti si erano trasferiti pochi giorni prima a causa della povertà e nessuno sapeva dove fossero.

Fu così che mi ritrovai disorientata nella più completa solitudine. Una bimbetta di dieci anni in un luogo sperduto del mondo, senza niente e nessuno.

Che cosa mi restava da fare? Quella notte la trascorsi in terra, buttata in un angolino ai limiti del villaggio. E dopo diverso tempo, mi ritrovai a pensare a mia madre e a chiamarla. Come avrei voluto addormentarmi tra le sue braccia per non svegliarmi più.

Invece ero laggiù come un cane abbandonato e per trovare qualcosa da mangiare, frugai nei pochi rifiuti dietro le capanne.

In quei luoghi nessuno ti dà una mano, perché le famiglie sono talmente povere che non riescono a sfamare neppure i loro stessi figli.

Rassegnata mi restava solo una cosa, tornare indietro.

Con la morte nel cuore ripercorsi la strada per casa mia e ad ogni passo era un macigno sulle spalle che mettevo.

La mia vita era dunque segnata.

Chissà se un giorno le cose nel nostro villaggio cambieranno per le donne” pensavo durante il tragitto “Forse qualcuno prima o poi si ribellerà e tutto sarà diverso”.

Avevo provato anche se per pochissimo che cosa volesse dire: “libertà” e avevo scoperto che era la cosa più bella del mondo. Ogni essere umano dovrebbe essere libero, di pensare e di agire.

Questo meraviglioso ricordo lo terrò nel cuore per sempre” mi ero detta entrando nel villaggio.

Tornai a casa e tutto riprese esattamente come lo avevo lasciato.

Un giorno accadde l’inevitabile. Una vicina di casa mi fece vedere un libro che le avevano dato all’ambulatorio medico della città e io scioccamente, me lo feci prestare.

Trascorsi così tutto il tempo a sfogliarlo dimenticandomi di fare le faccende e quando la sera giunse mio padre, non trovò nulla di pronto.

Ti ho dato tante possibilità!” urlò strappandomelo dalle mani “Sono stato generoso e magnanimo con te, ma non vuoi capire. Continui a sbagliare e adesso ne pagherai le conseguenze”.

Pensai a nuove frustate ed ero già pronta, invece uscì dalla capanna e si recò a cercare gli anziani del villaggio. Non era un buon segno.

Dopo due ore circa venni presa e portata in una sorta di baracca puzzolente, piccolissima e senza finestra. Ero terrorizzata e gridavo ma mio padre non ascoltava le mie suppliche, possibile che non vedeva quello che stava facendo alla propria figlia?

In quel luogo venivano messe le persone condannate a morte.

Vi restai tutta la notte e nessuno udì i miei pianti, le mie grida di disperazione, i miei lamenti. Nessuno venne a salvarmi.

Le prime luci dell’alba mi trovarono riversa in quella buca lurida, piena di letame, vomito ed escrementi vari che mi ricoprivano completamente.

I miei grandi occhi neri spaventati erano l’unica cosa che si vedevano in quel mare di schifo e di sudiciume nel quale ero finita.

Ad un certo punto sentii dei passi avvicinarsi e sapevo che stavano venendo a prendermi e non erano per portarmi a casa.

Volevo andare via da lì e cercai di alzarmi anche se ero dolorante, perché non avevo più paura, avevo smesso di temerli, di preoccuparmi per il mio destino e non volevo farmi vedere in ginocchio. Sapevo che una volta uscita, la mia prigionia, le mie tribolazioni e tutte le angherie, sarebbero finite per sempre.

Aprirono la porta, la luce del sole mi colpì il viso sporco e ne uscì una sorta di sorriso.

Nessuno poteva immaginare quanto desiderassi guadagnarmi la libertà, seppur in quella maniera orribile.

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