Sensi di colpa

Ci sono domande che resteranno per sempre senza risposte. Ci sono dolori che nessuno potrà mai cancellare o lenire, neppure il tempo sarà d’aiuto in questo percorso. Restano tanti se e molti forse, dentro una stanza divenuta buia e solitaria nella quale ti ritrovi a pensare. Vorresti urlare per far uscire il male che ti sta uccidendo l’anima, invece tutto è silenzio.

Buongiorno signora Barclay come si sente oggi?”.

La voce della dottoressa mi giungeva come in lontananza. Non avevo voglia di risponderle, di parlarle e neppure di guardarla in faccia. Ero ricoverata nella struttura da diversi mesi, ma il mio stato non era cambiato: sembravo catatonica.

Lei si avvicinò, mi mise una mano sulla spalla come per incoraggiarmi, la mia mente però era così vuota, che non riuscivo a dire più nulla. Chissà se e quando sarei tornata la donna di un tempo.

Mio marito veniva a trovarmi tutti i pomeriggi, pur sapendo che io non lo desideravo affatto. Benché non parlassi, il mio sguardo diceva tutto. Una parte di me gli dava la colpa di ciò che era accaduto e poi, quando guardavo i suoi occhi, verdi come smeraldi, vedevo lei e i ricordi riaffioravano prepotentemente.

Eppure la colpa era stata anche mia, non avevo visto, compreso, capito, ascoltato. La mia vita da quel dannato giorno non aveva più senso, avrei continuato a vivere nell’inferno arsa viva.

In quel corpicino quanta fragilità, che nessuno di noi aveva notato. Troppo presi a litigare, non avevamo sentito quel grido d’aiuto.

Non mi darò mai pace per l’accaduto. “Perché a noi?” Questa domanda alla fine se la pongono tutti, ma nella realtà nessuno si fa un’esame di coscienza.

Si poteva evitare?” continuavo a chiedermi torturandomi, mentre mi dondolavo sulla sedia con lo sguardo perso nel vuoto “Chi potrà rispondermi?”.

Un giorno, uno dei tanti tutti uguali, nei quali la dottoressa mi chiese come mi sentivo, mentre fuori imperversava un temporale, qualcosa scattò nella mia testa e decisi di aprire bocca.

Lei ha figli?” domandai fissandola con sguardo truce.

Sorpresa per la mia reazione che non si aspettava, rispose titubante in maniera negativa.

Quello che le riferirò allora non potrà comprenderlo. Solo chi ha partorito, chi ha messo al mondo un figlio nella sofferenza, lo ha cresciuto trascorrendo notti insonni, pregando e sperando in un futuro per lui, può sapere che cosa ho provato e sto passando in questo momento”.

Sistemandosi gli occhiali nel tentativo di cercare le parole giuste, la dottoressa iniziò dicendo: “Senz’altro non avrò esperienza diretta, ma ho studiato e ho seguito molti casi come il suo. Le dico quindi con tutta sincerità che posso aiutarla”.

Mi alzai e aprendo la finestra, respirai quell’aria pregna di umidità e di erba bagnata.

Delle volte mi sembra trascorso un secolo, altre solo pochi istanti” le raccontai guardando gli alberi ondeggiare sotto la furia del vento “Era l’ultimo mese di scuola e la nostra Rachel non era più la studentessa modello e neppure la brava ragazza che avevamo cresciuto. Si era trasformata in un’altra persona che noi, suo padre ed io, non conoscevamo”.

Come spinta da quella tormenta che imperversava sulla città, tornai indietro a quei giorni e riuscii a dire ciò che il mio cuore non avrebbe mai voluto sentire.

Solo quindici anni e tutta una vita davanti. Quella però è un’età difficile, non si è più bambine, ma neppure donne e la voglia di libertà, di provare e di crescere è tanta. Mi domando che cosa esattamente sia accaduto, perché ancora oggi non riesco a darmi una risposta” sospirai e senza accorgermene stavo piangendo. Liberandomi finalmente dal peso che opprimeva la mia anima.

La dottoressa mi guardava in silenzio seduta dietro la scrivania. In volto un’espressione indefinita.

Con mio marito in quel periodo le cose non andavano bene a causa del suo lavoro e non solo. Da poco promosso trascorreva molte più ore fuori che a casa. Era sempre stato un marito e un padre assente e divenuto dirigente, praticamente non viveva più con noi, ma in azienda.

Mi ero fissata inoltre che avesse un’altra donna, cosa che lui ha sempre negato. Quindi le poche volte che eravamo assieme, erano questioni. Troppo egoisti non pensavamo a Rachel, che risentiva di tutta la tensione che si era formata nella famiglia che si stava disgregando. Lei per non sentire, si chiudeva in camera e scriveva sul computer per ore. Nessuno di noi e parlo di mio marito e di me, abbiamo mai una volta pensato di guardare su quel pc o di chiederle che cosa stava scrivendo. Neppure una volta ci siamo fermati a domandarle che cosa stava pensando o che cosa le stava accadendo, benché i suoi cambiamenti radicali, erano sotto gli occhi di tutti. Non solo non mangiava quasi niente, era al limite dell’anoressia, i suoi voti erano calati, il suo modo di vestire era cambiato: non più carino ma trasandato. Insomma la nostra Rachel non esisteva più, ma mai una volta, ci siamo veramente interessati a lei”.

Mentre raccontavo queste cose avvertivo dei brividi gelidi lungo il corpo e un dolore sordo allo stomaco. Ogni tanto la voce mi veniva meno e dovevo fermarmi anche per asciugare le lacrime, che avevano inondato il viso e cercavo di farlo un pezzo della vestaglia.

In quel momento la dottoressa si alzò e mi porse un fazzoletto e fu allora che notai i suoi occhi, erano ludici.

Se vuole interrompere un momento e sedersi” esclamò teneramente “Può riprendere dopo”.

Scossi il capo “Preferisco continuare”.

Era un mercoledì normalissimo con nessun avvisaglia di quello che sarebbe accaduto. Avevo preparato la colazione che Rachel come sempre non mangiò. Mio marito era stato il primo ad uscire per recarsi al lavoro e lei subito dopo, andò a scuola. Verso le undici arrivò una telefonata… “ mi mancava la voce “Una telefonata che nessun genitore vorrebbe mai ricevere. Era il preside della scuola… Venga presto è accaduto un incidente a sua figlia… mi cadde il telefono dalle mani. Presi le chiavi della macchina e mi recai di volata così com’ero presso l’istituto dove studiava. Giunta sul posto vidi un’ambulanza, due macchine della polizia e tantissime persone. Aprii la portiera e corsi come una matta verso la scuola urlando: Sono la madre fatemi passare. Un carabiniere tentò di fermarmi bloccandomi le braccia, ma lo sguardo aveva raggiunto la mia Rachel.

Delle urla disumane si propagarono nell’aria, erano le mie mentre mi accasciavo al suolo disperata. La vicenda finì su tutti i quotidiani e ogni telegiornale ne fece menzione: “Adolescente si toglie la vita gettandosi dal tetto della scuola”.

Nel raccontare l’episodio mi sentii mancare come se lo stessi vivendo una seconda volta.

La dottoressa mi afferrò e mi fece sedere. In quel momento arrivò mio marito nello studio e mi abbracciò forte, cosa che non faceva da tanto tempo. Avvertii sulla spalla le sue lacrime e allora compresi che non ero sola nel mio dolore e soltanto assieme potevamo percorrere il cammino per ricominciare.

Sono trascorsi circa otto mesi da quando ho lasciato la clinica e non ho più quei terribili sensi di colpa che mi stavano dilaniando. Ho cominciato un percorso riabilitativo che mi aiuta moltissimo. Ho aperto un blog nel quale ho scritto la nostra vicenda raccontando la mia disperazione, il dolore, la sofferenza di perdere una figlia adolescente. Una morte assurda, forse annunciata da manifestazioni che noi genitori non abbiamo visto. La nostra piccola aveva cercato aiuto attraverso la scrittura, ma un computer non potrà mai sostituire l’amore di un essere umano. E’ importante quindi dire che si può fare molto, perché si può e si deve intervenire per tempo e salvare queste fragili vite.

Nel giro di quarantotto ore mi hanno scritto persone da tutto il mondo. Famiglie disperate ma anche giovani che chiedono aiuto e allora penso a Rachel e dico: “Non sono riuscita a salvare te figlia mia, ma forse il tuo gesto è servito affinché io possa soccorrere tanti altri ragazzi”.

Questo è il pensiero che mi dà la forza per andare avanti ogni giorno.

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