Senza perdono – racconto

Ci sono dolori che non si possono spiegare. Ci sono dolori che non puoi scrivere su carta. Ci sono dolori a questo mondo che non dovrebbero esistere.

Di quella notte ricordo ogni cosa, tutto è rimasto impresso nella mia mente; fotogramma dopo fotogramma come un film che non avrei mai voluto vedere.

L’intero paese era lì, con i suoi mormorii, le battute, le mezze frasi e soprattutto gli sguardi, che parlavano più delle parole.

Se esiste davvero un piano, un fato, un destino già scritto, io non ne capivo il senso, perché troppo era il male che sentivo dentro. Era inammissibile, inaccettabile tutto quello che era accaduto.

Sono sempre stata una persona realista, di quelle che non credono nelle favole e tanto meno negli epiloghi a lieto fine. La vita difatti mi aveva dato pienamente ragione.

La sofferenza provata nel corso degli anni aveva edificato in me un muro invalicabile, tanto che ero diventata dura con tutti. Il mio cuore si era chiuso e non conoscevo la parola pietà.

Chi era tutta quella gente che mi circondava? Che cosa voleva da me? Una massa di ipocriti li definivo. Dove si trovavano quando avevo bisogno, quando chiedevo aiuto, quando disperata bussavo alle loro porte.

Invece quella mattina nonostante la pioggia si erano raccolti nella piazza del paese, tutti in attesa dell’arrivo della macchina. Quando giunse dinanzi alla cattedrale, calò un rispettoso silenzio e subito dopo, dinanzi alla piccola bara bianca, uno scroscio di mani e il suo nome urlato nel vento.

Ebbi un sussulto che mi fece mancare l’aria per qualche secondo e senza rendermene conto le lacrime inondarono il mio viso, stanco e pallido.

La funzione iniziò subito dopo e mentre i miei occhi fissavano il feretro, inevitabilmente i ricordi riaffiorarono prepotentemente.

La gioventù è una cattiva consigliera e mai avrei dovuto ascoltarla. Seguii l’impulso e non la ragione e così, mi ritrovai incinta a soli sedici anni di un mascalzone che non ne voleva sapere di me e del bambino.

Le liti in famiglia cominciarono e la quiete non seppi più che cosa fosse. Fragile foglia al vento, mi lasciai trascinare dagli eventi, troppo più grandi di me e senza comprendere bene a che cosa sarei andata incontro, mi ritrovai madre.

E lui, il padre di mio figlio dove si trovava? Andava e veniva, perché non aveva accettato il suo ruolo. Due incoscienti che avevano giocato a fare i grandi e adesso ci trovavamo in una situazione che non sapevamo come gestire.

Per di più, mai avrei immaginato che tipo di ragazzo fosse. Purtroppo lo scoprii anche troppo presto, quando decidemmo di andare a vivere insieme.

Non solo faceva uso di stupefacenti, ma in casa portava ragazzi che non mi piacevano. Erano dei poco di buono, dei farabutti, che trascorrevano le giornate buttati sul nostro divano e la sera, uscivano per rubare.

Iniziarono così le prime litigate. Non semplici battibecchi, ma vere discussioni. Le nostre urla si sentivano per tutto il palazzo, per non parlare del fatto che lui, aveva la brutta abitudine di spaccare tutto quello che gli capitava a tiro. In quelle occasioni prendevo il bambino in braccio e mi chiudevo nel bagno e in camera da letto.

Dov’era finito il ragazzo di cui mi ero innamorata? Si era trasformato in un mostro che non riconoscevo. Alla mia famiglia però non dicevo nulla, dato che più di una volta, mi avevano rimproverato la scelta fatta.

Il tempo passò e le cose non migliorarono, anzi. Ci fu una volta che Matteo sparì letteralmente per tre mesi. Di lui non riuscii ad avere nessuna notizia, neppure dai suoi cosiddetti amici. In quel periodo, non avevo un lavoro, dato che il bambino era ancora piccolo e dovevo accudirlo e mi ritrovai veramente in un mare di guai. Senza soldi, senza un’occupazione, senza nessuno disposto a darmi una mano. Certo avrei potuto chiedere aiuto ai miei genitori, ma non me la sentivo. Forse per orgoglio o forse per non metterli in agitazione, anche quella volta, non dissi nulla.

Nelle rare telefonate, alla domanda di mia madre: “Come vanno le cose?”, rispondevo sempre “Tutto bene, non ti preoccupare”.

Sapevo che mentivo non solo a loro, ma soprattutto a me stessa.

Quando quel farabutto tornò, non si degnò di darmi alcuna spiegazione. Se provavo ad insistere con le domande, s’infuriava e diventava violento.

Non potevo continuare con questa vita fatta di sofferenza, di privazioni, di bugie e così, un giorno lo affrontai apertamente.

Basta! Ho deciso di andarmene” esclamai sicura di me.

Per tutta risposta urlò: “Se provi a lasciarmi, ti ammazzo!”.

Pensai fosse completamente fuori di testa.

Da quel maledetto giorno una bestia uscì ed io smisi di vivere. Più volte mi mise le mani addosso e nessuno dei miei vicini mi aiutò, nonostante le urla. Un paio di volte corsi anche sul pianerottolo bussando alle porte, ma restarono chiuse.

I lividi sul mio corpo aumentavano, eppure non c’era anima che chiedesse o che mi venisse incontro per darmi una mano.

Il mio unico pensiero comunque, era il piccolo Giulio, un’anima pura e innocente, che non doveva essere sfiorato minimamente dal male.

Questo, il pensiero di ogni madre. Per quanto fossi giovane, il mio amore per quella creatura che avevo partorito, era immenso e lo avrei difeso a costo della vita.

Pensavo di aver preso tutte le precauzioni possibili, ma quella notte un demonio entrò nella nostra casa.

Erano circa le due del mattino quando Matteo rincasò dopo essere stato fuori con i suoi soliti amici. Ad un certo punto sentii dei rumori provenire dalla stanza del bambino, scattai come una molla e corsi in quella direzione.

Nella camera c’era solo la luce della presa d’emergenza, ma bastò per vedere l’orrore e l’inferno in terra.

Matteo aveva un coltello in mano grondante di sangue e gli occhi spiritati.

Urlai come un’indemoniata “Che cos’hai fatto?”

Corsi verso il lettino di Giulio e mi si presentò una scena raccapricciante.

Tra le grida presi il piccolo in braccio oramai esanime e ricoperto di sangue.

Caddi il ginocchio mentre Marco restò fermo, immobile, impassibile a guardarmi.

Forse trascorse qualche minuto, non ricordo bene so solo che lui disse: “Adesso tocca a te”, ma mentre io continuavo ad urlare disperata, giunsero i carabinieri che avevano buttato giù la porta, forse questa volta allertati dai vicini.

Quel maledetto sotto l’effetto di stupefacenti aveva ucciso nostro figlio.

Matteo è finito in carcere e so che ha scritto una lettera nella quale chiede perdono.

Non ci può essere perdono per un gesto simile. Forse qualcuno più Grande di me potrà essere indulgente, ma io no!

Non riesco ad essere clemente con chi non solo a rovinato la mia vita, ma ha tolto quella di un essere innocente, mio figlio.

Guardavo quella piccola bara bianca e il cuore mi si stringeva. Mi sentivo svenire e le lacrime scendevano copiose annebbiandomi la vista.

Perché? Se esiste una risposta, che qualcuno me la dia. Perché mio figlio è morto in quel modo atroce? Perché?”.

Queste domande continuavano a martellarmi la testa, mentre il parroco terminava la funzione.

D.M

hqdefault

Pubblicità

4 pensieri riguardo “Senza perdono – racconto

Rispondi

Effettua il login con uno di questi metodi per inviare il tuo commento:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...