Il pianto del mare

Lo senti questo?”.

Sì nonno” risposi “E’ l’infrangersi delle onde sugli scogli”.

No piccolo mio” disse lui con aria triste “E’ il pianto del mare”.

Quella frase che allora mi turbò e che non compresi, me la porto addosso come marchio della mia terra lontana, quella che lasciai tanti, tanti anni fa.

Ero solo un bambino e non capivo che cosa accadeva, ma una cosa riuscivo a vedere: la povertà e il paese devastato dalla guerra.

Il nostro piccolo borgo sul mare era stato non solo distrutto da un cataclisma, ma subito dopo, dai militari stranieri che depredarono quel poco che era rimasto.

La popolazione era all’estremo. Ricordo la fame, la misera, una povertà estrema regnava, perché non c’era più niente da mangiare e le poche bestie ancora in vita, erano come un miraggio nel deserto.

Alla sera delle volte sentivo parlare i miei genitori con il nonno e dicevano di andar via, in una terra lontana a me sconosciuta.

E’ pericoloso!” esclamava mia madre “E’ solo per i sognatori e poi ci vogliono tanti soldi per il viaggio”.

Mio padre volgeva lo sguardo verso di noi, i suoi figli pensando dormissimo, ma nessuno riusciva a chiudere occhio in quelle sere. Eravamo cinque fratelli e una sorella; tutti così giovani, eppure già adulti nel capire le difficoltà. Il più grande aveva dodici anni ed io otto.

Prima della guerra mio padre faceva il bracciante sotto padrone e mio fratello, il più grande, lavorava con lui. Io invece andavo a pescare con il nonno e gli altri aiutavano mia madre nelle faccende di casa.

Tutto sommato si riusciva a mettere qualcosa nel piatto ogni giorno.

Pian piano le cose peggiorarono, la gente scappava letteralmente via e nel paese fatto ormai da quattro case rimaste in piedi, si aggiravano fantasmi.

Erano rimasti pochi anziani, troppo stanchi oramai per affrontare dei viaggi lunghi; sì, perché si parlava di almeno quindici giorni su una nave che avrebbe attraversato l’oceano.

Inoltre sapevamo che facevano dei controlli severissimi; difatti dalle città di partenza, erano necessari alcuni giorni per poter effettuare tutte le visite mediche ai passeggeri prima di salpare dal porto. Insomma, come diceva mia madre era un sogno andare in quelle terre in cerca di fortuna.

Nonostante questo, dopo un mese circa non ci fu alternativa e una mattina, prima che sorgesse l’alba e si svegliassero i più piccoli, mio padre con il maggiore dei miei fratelli e il sottoscritto, salutammo mia madre e il nonno.

Nell’incoscienza della mia gioventù ero eccitato all’idea di quell’avventura, perché non sapevo a che cosa saremmo andati incontro. Al contrario mio fratello e mio padre avevano un viso triste e gli abbracci con i familiari furono strazianti.

Ho ancora nelle orecchie i singhiozzi di mia madre e i sospiri di mio nonno che prima di lasciarmi andare disse: “Piccolo mio, porta la tua terra con te e soprattutto il mare. Non dimenticare mai le origini”.

Dopo alcuni giorni di cammino e altri di treno, finalmente giungemmo in una grande città con un porto e navi enormi. Qui dovevamo fermarci e superare i “famosi” controlli medici.

Un incaricato della compagnia aveva organizzato tutto per noi. Ci prelevò conducendoci in una pensione dove avremmo atteso il giorno della partenza. Lì ci valutarono con molta perizia che avessimo denti e occhi sani, mostrandosi invece del tutto indifferenti verso la quantità di denaro che portavamo con noi.

Il quarto giorno si partì.

Ero sempre più elettrizzato all’idea, ma mai avrei immaginato quel viaggio assurdo e indimenticabile.

Ero a bordo di un immenso bastimento pieno zeppo di persone, bagagli, pacchi. Fummo stipati come bestie in fondo, sempre più giù. Pensavo quasi di finire in mare a forza di scendere quelle piccole scale.

La traversata, che doveva essere una meravigliosa avventura da raccontare, si rivelò qualcosa d’inimmaginabile.

Eravamo ammassati tra pile di roba, valige e animali, assieme a ladri e uomini puzzolenti di sporcizia, vi erano donne malate con figli denutriti. A dispetto della luce elettrica pubblicizzata, la squallida realtà era che, in terza classe (dove eravamo noi) non c’era nemmeno un bagno per centinaia di passeggeri.

Persone iniziarono a star male e vomitavano non solo per terra, ma sugli oggetti. L’aria nel giro di poco si fece irrespirabile.

Credevo di essere all’inferno.

Delle volte cercavo di scappare e di correre sul ponte per prendere un po’ d’aria, ma subito venivo respinto dai marinai e riportato in quel tugurio.

Mio padre ci guardava con aria disorientata e non sapeva che cosa dire.

Mio fratello per rincuorarmi diceva: “Vedrai, arriveremo presto”.

In quei lunghi, interminabili giorni mio padre prese un virus e cominciò a star male: febbre alta e vomito. A bordo non c’erano medicinali e chi non superava i giorni critici, non sarebbe sopravvissuto.

Lui fu uno di quelli. A solo un giorno dall’arrivo, fu gettato in mare.

I miei occhi di bambino non scorderanno mai quella scena terribile, le urla strazianti di mio fratello, che tentava con le sue poche forze di trattenere il suo corpo inerte stringerlo forte a sé.

I miei piedi toccarono la “Terra Promessa”, ma non era quel sogno di cui tutti parlavano laggiù nel mio piccolo paese.

Quante bugie ci erano state dette, quante illusioni e noi avevamo creduto a tutto, nella vana speranza di una vita migliore.

Qui eravamo gli scarti della società, meno che bestie. Mio fratello m’incoraggiava a resistere, a non mollare e tutte le volte che mi vedeva piangere diceva: “Non dargli questa soddisfazione, sei migliore di loro”.

Ho lottato davvero tanto per andare avanti nella vita, per farmi una posizione, per creare qualcosa di mio e difatti sono riuscito ad aprire una piccola bottega come calzolaio.

Non è stato facile neppure imparare la lingua, così differente dalla nostra. Eppure sono riuscito con la forza di volontà, il coraggio e la voglia di far vedere a questi stranieri di quale pasta siamo fatti noi… italiani.

Sono trascorsi settant’anni da quel giorno del 1911 in cui lasciai il mio paese, laggiù in Calabria e non vi sono mai più tornato, ma oggi ho compreso le frasi di mio nonno e sono infatti a spiegarle ai miei nipoti.

Il pianto del mare” era per tutte quelle persone che come me, non sarebbero più tornate a nuotare in quelle splendide acque.

D.M

6 pensieri riguardo “Il pianto del mare

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