Oltre l’umana ragione

Esiste un limite, una differenza tra fatalità e destino? Che cosa spinge una persona a seguire una direzione piuttosto che un’altra e soprattutto a credere in qualcosa di più grande? Forse solo il bisogno di attaccarsi alla speranza.

Da diverso tempo oramai facevo servizio nella protezione civile come volontaria ed in caso di emergenza, ero chiamata. Quella domenica purtroppo, ricevetti una telefonata.

Pioveva ininterrottamente da diversi giorni e ci aspettavamo il peggio: l’esondazione dei torrenti e così fu. Abitando in una città circondata da diversi corsi d’acqua, era inevitabile.

“Preparati andrai assieme alla squadra numero cinque. Con te ci sarà una nuova, mi raccomando fai attenzione”.

L’idea di avere una principiante con me non mi esaltava. Avevo già abbastanza responsabilità, per dover stare attenta anche a lei.

Raggiunsi velocemente gli altri e notai subito quella giovane con l’aria spaesata.

“Ciao, mi chiamo Rita” dissi presentandomi “Sono il capo squadra”.

“Piacere sono Nicoletta” rispose con una vocina da adolescente.

Gli altri erano già pronti e salimmo subito sulla jeep guidata da Adriano, il veterano della compagnia, pompiere in pensione.

“Dobbiamo raggiungere il ponte a sud del torrente Fragosa. Hanno detto che ci sono delle persone bloccate”.

Sotto la pioggia battente lasciammo la strada principale per inoltrarci dentro una boscaglia. Il terreno era già una fanghiglia impraticabile a piedi.

Mi voltai un momento e vidi lo sguardo della ragazza: era teso.

“Non aver paura, andrà tutto bene” esclamai cercando di tranquillizzarla.

Lei abbozzò un sorriso, ma il volto era tirato.

Assieme a noi c’erano altri due volontari: Franco e Luca. Entrambi avevano esperienza sul campo e di loro, mi potevo fidare.

Avevamo quasi raggiunto la destinazione, quando udimmo un rumore alla nostra destra. Adriano capì subito che cosa stava per accadere e frenò, ma non in tempo. La macchina fu investita in pieno da una colata di fango che si era staccata dalla collina. Ci ribaltammo più volte finendo la corsa in mezzo ai rovi.

Durante quei concitati momenti sentii la voce di Nicoletta che nel suo disperato grido d’aiuto, pregava.

La macchina finalmente si arrestò, anche se mezza coperta da foglie e terriccio.

“State tutti bene?” chiesi sganciando la cintura di sicurezza.

Un po’ acciaccati uscimmo illesi dalla jeep. Eravamo salvi.

“Il Signore ci ha protetto” esclamò la ragazza sbucando dall’abitacolo e notando la scarpata nella quale eravamo finiti.

“E’ stato un caso fortuito” proruppi seccata “Prendiamo gli zaini e procediamo a piedi. Quelle persone ci stanno aspettando”.

Non fu facile risalire la collina in quelle condizioni e raggiungere il ponte. Sprofondavamo fino alle ginocchia nella melma, mentre l’acquazzone continuava a farci compagnia.

“Nicoletta tutto a posto?” domandai voltandomi.

“Sì, tutto bene” rispose lei con una forza che non avrei mai pensato che potesse possedere.

Era minuta e pareva una ragazzina. Troppo piccola perché portasse quelle pesanti attrezzature sulle spalle. Eppure, non una sola volta, si era lamentata o aveva rallentato il passo.

“Di qua… di qua… venite!!!!!”

Udimmo delle grida e notammo che una parte del ponte era crollata, lasciando alcune persone di là di esso, completamente in balia delle acque che stavano salendo.

“Arriviamo” rispose Adriano che era a capo della fila.

La situazione era drammatica. Il tempo era a nostro sfavore. Dovevamo fare presto o non saremmo riusciti a portare in salvo tutti.

Iniziammo a montare con gli strumenti in dotazione: corde e picchetti, una passerella volante cui aggrapparsi. Adriano, il più esperto di noi, sarebbe passato a prenderli ad uno ad uno.

Nonostante le impervie condizioni, pareva che tutto procedesse nel migliore dei modi. Le persone stavano lentamente raggiungendo la nostra postazione.

Era arrivato il turno di una ragazzina terrorizzata. La madre che era appena passata e si trovava accanto a me, cercava di chiamarla per tranquillizzarla.

“Forza tesoro, c’è qui la tua mamma”.

Quando, un urlo straziante rimbombò nell’aria.

La giovane era scivolata dalla presa di Adriano e le corde che avrebbero dovuto tenerla, si erano slacciate. Un tonfo e la caduta nelle acque gelide del torrente.

La madre disperata a quella vista, si stava gettando dietro la figlia. A stento riuscii a trattenerla.

Luca e Franco non potevano muoversi, perché dovevano tenere le corde del ponticello “improvvisato”.

Guardai Adriano con fare interrogativo. Sapevamo entrambi che c’erano poche speranze di salvarla. La corrente era troppo forte ed i vari detriti nell’acqua l’avrebbero sicuramente portata a fondo.

Fu allora che notai con la coda dell’occhio Nicoletta che si calava giù da quello che era rimasto del ponte. Aveva portato con sé una corda.

Silenziosamente si era immersa alla ricerca della povera sventurata.

In tanti anni di servizio, avevo imparato che è in questi momenti che bisogna mantenere sangue freddo e calma, ma in quella circostanza ci fu un attimo di smarrimento, misto ad angoscia.

Si è mai abbastanza preparati in queste situazioni? Quando senti le urla di una madre che disperatamente chiama la figlia precipitata davanti ai propri occhi?

La tenevo stretta a me, cercando di confortarla come potevo. Sentivo il suo cuore battere a mille e l’angoscia scuoterla più del temporale che imperversava.

“Nicoletta stai attenta!” urlai d’un tratto “Attacca la fune prima di lanciarti”.

“Non ti preoccupare” rispose con quella vocina d’usignolo “Il Signore mi proteggerà e riuscirò a recuperarla”.

Furono le ultime parole che udimmo poi, anche lei scomparve nel nulla.

Mi resi conto che quel frangente ci aveva scosso tutti. Guardai Adriano ed il suo sguardo, non mi piacque.

Mi sentivo responsabile per Nicoletta. Sebbene inesperta, si era gettata nel vano tentativo di salvare una vita, spinta solo dalla forza della sua fede. Quella che io, non avevo.

Terminammo il recupero delle persone ed a quel punto, decidemmo di divederci. Luca e Franco li avrebbero portati verso la città, mentre con Adriano sarei andata alla ricerca delle due giovani. Fu dura convincere la mamma della ragazza a non venire con noi, ma a seguire il gruppo.

L’unico punto possibile dove le avremmo potute rinvenire era alla foce del torrente. Ci addentrammo nuovamente nella boscaglia seguendo il letto del ruscello, quando notammo il giubbotto di Nicoletta che galleggiava.

Un tonfo al cuore, ma non volevo arrendermi all’idea di trovarle ancora vive. Scendemmo rapidamente per raggiungerlo, quando vedemmo poco più in là, le due ragazze aggrappate ad un grande tronco di legno, o così a me pareva.

“Siamo qui!” urlò Nicoletta scorgendoci.

Le raggiungemmo e seppur con difficoltà, riuscimmo finalmente a portarle in salvo. Tirammo tutti un sospiro di sollievo.

Quando tutte e due erano sulla terra ferma, quel grosso pezzo di legno al quale si erano aggrappate, lentamente si allontanò portato via dalla corrente.

Solo allora notai con stupore, che si trattava di una croce.

Io non sono credente, ma dopo gli avvenimenti di quella giornata, quando mi soffermo a guardare il cielo, mi accorgo di osservarlo in maniera differente. Forse un giorno, chissà, vedrò anch’io qualcosa di diverso dalle nuvole che passano. Fino allora però, continuerò a pensare che non esiste una mano invisibile che ci aiuta nel momento del bisogno, ma che siamo noi, con la nostra volontà, con la determinazione, anche con la forza della disperazione, che facciamo accadere cose impossibili.

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