MARIA VIRGINIA FABRONI – POESIE

IL PAPAVERO
Alto, rosso, impettito in mezzo al grano,
Di porpora ammantato come un re,
Io ti scorgo buon tratto di lontano
Perché li sguardi sai chiamare a te.
Per lusso di colori e per orgoglio
Sembri il signore della spiga umil;
Ma il villano ti svelle insieme al loglio,
E ti porta alla stalla od al fienil.
Eppur ti gonfi, cerchi d’apparire,
S’uno ti guarda non brami di più;
Il tuo saper consiste in far dormire…
Tienila cara: è una bella virtù!
Io ti vedrei, se tu fossi animato,
Muoverti, affaticarti, bisbigliar,
E i fiori del giardino e quei del prato
Ricoprir di tue foglie e soffocar.
Oh! l’abito fa il monaco; sovente,
Tanto può la vernice ed il color,
Il mondo si scappella riverente
Ad un bel cencio che copre un tristo cor.
Se il papavero- fior perde la foglia
Che gaio e baldanzoso oggi lo fa,
E se l’ uomo -papavero si spoglia,
Di tanto bello, cosa resterà?
Un fil d’erba che il primo villanzone
Strappa dal suolo e non ricerca più;
Un grullo foderato di briccone
Che al servitore si fa dar del tu.
E quanti, che dal ciel non han sortito
Pregio veruno, ed hanno il volgo al piè,
Possono dire, mettendosi il vestito:
“Se qualcosa son io, lo debbo a te”.

SCRIVE E NON AMA

Ella scrive e non ama:
Sarebbe una pazzia:
Un amante si chiama
Un povero alienato in frenesia.
Non c’è nulla di vero
In questo sonno che si chiama vita
I sogni del pensiero
Sono sconforto e vanità infinita.
Ella scrive ed oblia
Molto: oblia quasi tutto in seno all’arte;
Il fior che manca sulla scabra via
Lo fa spuntar sopra l’aride carte.
Forse amerà. – Quel core
Non sia superbo, né volgar, né vile;
Sia nobile: l’amore
Tanto è più dolce quanto è più gentile.
Ella brama la pace:
Sprezza gl’inerti ed i meschini spirti:
ammira un alma audace
Che coglie lauri, non viole e mirti.
Sarà contenta appieno
Se faran plauso i buoni al mesto canto:
Non del tripudio in seno
Ei nacque pria, ma si spirava al pianto.
Ella non ama – i giorni
Corron discolorati in seno al nulla
Se passan disadorni
Del casto amor che allieta ogni fanciulla;
Ma non per lei, che vede
Di mille affanni quella via fornita,
A cui mostra Fede
Pace in grembo ai celesti oltre la vita.
Forse amerà – Chi mai
Può dir che un fior non tornerà in aprile?
Che dell’amor i rai
Non rivedrà fra poco un cor gentile?
L’avvenire è del Cielo:
Di là si parta, se verrà l’amore:
Sia benefico raggio, e non fia gelo
Che l’alma attristi e inaridisca il core.

Maria Virginia Fabroni fu una delle poche poetesse dell’800 che, ancora vivente, riuscì a pubblicare senza dover usare uno pseudonimo maschile. Nata nel 1851 a Tredozio (FC) e morta nel 1878 nella medesima località. Figlia di un medico studiò al Conservatorio Sant’Anna di Pisa da aprile 1862 a settembre 1868 (Fondo Conservatorio di S. Anna, Unità n. 168) è qui le educatrici capirono subito che quella giovane era fuori dal comune. Sembrava portata per tutte le  materie. 
Mentre le istitutrici le sottoponevano libri di narrativa, in privato lei leggeva i poeti ed i classici, in  special modo Dante e Tasso ma anche i contemporanei Parini, Manzoni, Prati, Cagnoli e Zanella.
Poetessa di fama nazionale, pubblicò il suo primo libro ‘RICORDO’ nel 1869.

Diversi i suoi componimenti e sono stati pubblicati alcuni libri postumi.

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