Legami indissolubili – racconto

Gli errori col passare del tempo diventano ricordi lontani leggermente ingialliti, tanto che alla fine hai difficoltà a rammentare, i reali motivi delle discussioni che hanno portato alle rotture.

Quel trillo improvviso mi fece sussultare.
“E’ per te” esclamò mio marito passandomi la cornetta del telefono.
“Pronto” risposi ancora assonnata.
Ascoltai senza dir nulla la voce dall’altro capo che riconobbi subito, sebbene fossero trascorsi diversi anni. Non era cambiata per niente.
Matteo notò l’espressione sul mio volto: tesa, turbata, agitata.
“Sì, ho capito” esclamai dopo aver ascoltato “Ci penserò”. Qui terminò la conversazione.
Tornai a sedermi per finire la colazione, ma non riuscii più a mangiare. Un nodo allo stomaco mi aveva fatto passare l’appetito.
“Chi era?” domandò vedendomi in quello stato.
Respirai profondamente e risposi: “Mia madre”.
“Che cosa voleva dopo tutto questo tempo?”
“La nonna non sta bene ed ha chiesto di me e di Giulia”.
Alzò le sopracciglia e fece una smorfia: “La vedo dura” esclamò “…e chi dovrebbe avvisare nostra figlia?”
Mi voltai verso di lui: “Dovrei chiamarla io”.
“Auguri” e scoppiò in una risata isterica.
Con Giulia non avevo un buon rapporto, poiché mi ero opposta al suo matrimonio. Ero forse una cattiva madre per questo? Samuele non mi era mai piaciuto, perché non mi aveva dato affidamento fin dal primo istante. Mi sembrava ancora un ragazzino immaturo e difatti quando lei restò incinta, l’abbandonò su due piedi.
Mi ero offerta così di ospitarla e di farla vivere con noi, ma troppo orgogliosa, aveva rifiutato e da allora ci sentivamo raramente.
A volte mi domandavo se ero diventata come mia madre, con la quale avevo interrotto ogni comunicazione da più di cinque anni. Litigavamo spesso, forse perché troppo simili. Devo fare uno sforzo enorme di memoria, per mettere a fuoco l’evento che scatenò la spaccatura tra di noi.
Ricordo vagamente qualcosa al funerale di mio padre, ma onestamente, ero così sconvolta per l’accaduto che non so più che cosa successe.
Da allora però le nostre comunicazioni si fecero sempre più sporadiche e più fredde. Eravamo due estranee. Tanto che finimmo per non sentirci più.
Possibile che l’affetto che lega una madre ed una figlia possa terminare così? I primi tempi avevo sofferto per questa mancanza, poi ci avevo fatto l’abitudine.
All’ora di pranzo decisi di chiamare mia figlia e di informarla della telefonata della mattina.
“Perché dovrei venire anch’io?” chiese seccata al solo pensiero di vedere le nonne, con le quali nemmeno lei aveva un legame particolare.
“Perché è giusto così” risposi irritata “Una volta, almeno una volta mi puoi dare retta e fare ciò che ti dico?”.
Se pur riluttante all’idea il giorno seguente partimmo.
Nonna Ada si era trasferita a casa di mia madre da quando era rimasta vedova. Nonostante l’età avanzata, aveva quasi raggiunto i novant’anni, era sempre arzilla. Il suo spirito vivo, la sua loquacità, la sua allegria e la sua forza di carattere e d’animo erano il punto fermo della famiglia.
Non comprendeva i nostri dissapori. Li trovava sciocchi e controproducenti. Continuava a ripetere che la vita è troppo breve e che non va sprecata con sentimenti di rancore e di rabbia, ma vissuta intensamente con serenità, imparando ad apprezzare ogni cosa.
Durante il viaggio in macchina, riuscii a scambiare solo poche frasi con Giulia. Parlammo per lo più della bambina che stava per nascere.
Dopo quattro ore arrivammo. La nonna era coricata e nonostante le sue precarie condizioni di salute, mi accolse con un sorriso e lo stesso fece con Giulia. Le sfiorò l’enorme pancione e lo benedisse.
“Sarà una bimba bellissima e forte” sussurrò.
In casa l’aria non era delle migliori. Eravamo tutte tese, tanto che si poteva tagliare col coltello. I sorrisi erano di circostanza e lo stesso la gentilezza: apparente. Solo nonna Ada era sincera. Lei, che viveva nel suo mondo dove tutto le appariva bello. Eppure al contrario di noi, aveva visto la guerra e patito la fame. Ancora adesso però, distesa nel suo letto di dolore, riusciva ad emanare una luce che c’illuminava: era l’amore.
Quattro generazioni diverse; donne con vite differenti; unite però da un legame che mai nulla dovrebbe scalfire. Esiste un tempo per smettere di essere madre o questo sentimento che nasce dalle viscere dura per l’eternità?
Ero rimasta accanto alla nonna, mentre Giulia era andata in cucina con mia madre per preparare qualcosa da mangiare, quando la situazione si aggravò di colpo.
Fummo costrette a chiamare l’ambulanza e nel giro di poco ci trovammo in ospedale ad attendere l’esito della visita. La nostra “roccia” aveva avuto un arresto cardiaco.
Vidi così mia madre con occhi nuovi. Era priva di difese e m’intenerì. Mi fu naturale abbracciarla e lei, fece lo stesso con me. Giulia si alzò dalla sedia e ci venne incontro. Piangeva e prese le mani ad entrambe.
In quel momento caddero tutte le barriere che fino a quel giorno avevamo scioccamente innalzato. Ci volevamo bene, lo sapevamo, lo avevamo sempre saputo. Perché avevamo aspettato tanto?
La mia “piccola” lanciò un grido e si accasciò. Si erano rotte le acque. Fu portata subito in sala parto. Mia madre restò in cardiologia ed io seguii Giulia.
Non sapevamo davvero come dividerci. In quegli attimi concitati ci stavano attraversando sensazioni molteplici, totalmente differenti.
Trascorsero alcune ore prima che un medico si avvicinò a mia madre per parlarle ed altrettante ne passarono per me, in attesa dell’esito del parto. Tempo interminabile per tutte, durante il quale comprendemmo che nulla era più importante di noi e dell’amore che provavamo le une per le altre.

“Forza Martina fai un sorriso alla nonna”.
“E’ lo stesso di nonna Ada” esclama Giulia soddisfatta.
“Adesso però facciamoci una foto tutte assieme” propone mia madre “Mettetevi in posa che sistemo l’autoscatto”.
Oggi Martina compie un anno ed in quella fotografia, che rimarrà negli annali della famiglia, ci sono ben cinque generazioni a confronto.
Nonna Ada sorride soddisfatta come sempre, mentre coccola la bambina: “Sei proprio bella e forte. Lo sapevo sai, lo avevo detto alla tua mamma”.

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