LA COLPA – racconto

A questo mondo è più facile giudicare che fermarsi e comprendere; condannare che ascoltare e aiutare ed io, non facevo alcuna eccezione.
Il mio abito e la mia posizione mi imponevano determinate regole eppure, non ero diversa da nessun altro essere umano.
Piena di orgoglio, di pregiudizi, di presunzioni, di arroganza e di colpe che avrei pagato sulla mia stessa persona, ma non senza prima aver fatto del male a chi, già ne aveva ricevuto.
Ero stata giudice, carnefice e il mio cuore duro come il marmo, freddo come il ghiaccio aveva alzato la lama e ucciso più di quanto poteva farne un’arma letale.
Iniziò tutto una sera, quando una giovane bussò alla porta del convento dove io ero la Madre superiora. Era sconvolta e insisteva che voleva parlare con me.
Restammo sole nel mio ufficio e cercai di calmarla.
“Dimmi ragazza mia, che cosa ti è accaduto?”
“Madre è terribile! Sono disperata, mi aiuti lei!
Il viso colmo di lacrime tra le mani, cominciò a raccontarmi la sua storia:
“Tutto risale a circa un mese fa, quando delle amiche mi hanno portato ad una festa. Lo so non ci sarei mai dovuta andare, ma tutta la classe era lì e pensavo di non fare nulla di male. Così di nascosto dai miei genitori che non volevano, sono uscita da casa e mi sono recata in quella villa”.
“Quale villa?” domandai.
Tentennava nel rispondere, come se avesse timore.
“Forza ragazza mia… “ insistetti.
Fece un sospiro lunghissimo e disse: “Quella della famiglia Marchetti”.
Sentendo quel nome ebbi un sobbalzo, poiché quella era una casata nobile e mezza cittadina era di loro proprietà, compreso il convento.
Scossi il capo e seria le intimai di continuare.
“Stava andando tutto bene mi divertivo, ad un certo punto Riccardo il figlio si è avvicinato e mi ha offerto da bere” si fermò un momento per riprendere fiato “Era gentile, premuroso, dolce e soprattutto educato, non sembrava affatto pericoloso e così, quando mi ha proposto di andare nel giardino a fare una passeggiata per stare più tranquilli e parlare un po’, ho accettato senza pensare a nulla di brutto” scosse il capo “Sono stata sciocca solo adesso me ne rendo conto. Era tutto perfetto però: l’aria tiepida della notte che ci avvolgeva, la luna che illuminava ogni cosa, sembrava la scena di uno di quei film romantici e mai avrei supposto che si sarebbe trasformato in incubo”.
Le lacrime cominciarono nuovamente a scendere e bagnarle le mani, che ora aveva serrate nel grembo e le stringeva così forte, che le dita erano diventate viola.
“Vai avanti e stai tranquilla” le dissi con tono autoritario “Nessuno adesso ti farà più del male” il mio cuore stava mentendo.
“Quel ragazzo mi piaceva molto e non avrei mai pensato che potesse farmi del male. Vide che avevo freddo e così mi propose di andare nel garage e lo seguii. Salimmo sulla macchina del padre e accese la radio. Ero così felice, sorridevo e il cuore mi batteva a mille per l’emozione. Lui mi faceva complimenti, diceva che ero carina e cominciò a carezzarmi i capelli con dolcezza. Nella mia ingenuità non vidi il lupo che si celava dietro l’agnello”.
La voce della giovane si fece esitante, flebile e lo sguardo perso nel vuoto non riusciva a nascondere il baratro nel quale la sua anima da quella sera, era caduta.
“Madre, se avessi saputo…” singhiozzò di colpo “Non sarei mai andata. Perché mi ha fatto questo?”.
“Raccontami.. che cos’è accaduto dopo?” chiesi sedendomi accanto a lei.
“Come le ho detto era molto gentile e quando propose di accomodarci nei sedili posteriori per essere più comodi, accettai” gli occhi si chiusero, la bocca fece una smorfia di dolore “Mi ritrovai di colpo la sua mano sotto la gonna e senza quasi rendermene conto, era su di me. Cercai di spingerlo via con tutta la forza che avevo, ma non aveva alcun effetto non si muoveva, anzi rideva dicendo di continuare perché così, gli piaceva di più. Mi aprì la camicetta facendomi saltare anche i bottoni e mi strappò la biancheria intima. Non potevo difendermi. Era troppo grosso e pesante. In quel momento avrei preferito morire invece ero lì, vittima di quel mostro che si stava prendendo la mia vita, la mia anima, la mia esistenza, la mia dignità. Non ho memoria di quanto sia durato, quell’inferno, per me un’eternità. Durante tutto il tempo i miei occhi sbarrati, increduli, terrorizzati e colmi di lacrime guardavano nel nulla, in una dimensione parallela, nella speranza che quello che mi stava accadendo non fosse vero” la ragazza riaprì gli occhi e continuò dicendo “Alla fine soddisfatto quel mostro si è alzato, liberandomi. Secondo la sua mente malata anch’io mi ero divertita. Poi, mi ha trascinato fuori dall’abitacolo e mi ha ordinato di andarmene e di non raccontare nulla a nessuno, anche perché nessuno, mi avrebbe mai creduta.
Quella sera tornai a casa di corsa e mi chiusi nella mia stanza al buio e lì, restai tutta la notte raggomitolata sotto il letto, vergognandomi di me stessa.
Già nessuno mi avrebbe creduta, anche perché i miei genitori lavorano per quella famiglia.
“Perché sei venuta da me adesso?”
“Madre non so come dirlo.. mah…”
“Ma cosa?… forza ragazza mia” insistetti.
“Sono incinta!”.
Un silenzio irreale cadde sulla stanza.
Quello era il figlio della colpa, di una brutalità, di una violenza inaudita verso una giovane illusa dall’amore. Che cosa potevo dirle?
“Qualcuno ne è a conoscenza?” domandai con autorità.
“Nessuno Madre, solo lei”.
“È giusto che il ragazzo sappia e si prenda le sue responsabilità!” proruppi scattando in piedi.
“No!” urlò la giovane “La prego. La mia famiglia ne risentirebbe e pagherebbe per me. Sappiamo bene che tipo è il signor Marchetti”.
“Così ho detto e così farò!” sbottai cacciandola dalla stanza.

A nulla servirono le suppliche della ragazza che rimasta dietro la porta, piangeva disperata. Avevo preso la mia decisione e non sarei tornata indietro.
Quello che accadde dopo, fu tutto un susseguirsi di eventi che portano conseguenze terribili. Il rancore, la rabbia, la frustrazione che avevo accumulato nel cuore, aveva permesso al male di agire indisturbato.
L’indomani di buon ora mi recai nello stabilimento del signor Marchetti, dove sapevo che l’avrei trovato. Fu molto sorpreso della mia visita, ma mi accolse e accettò di ascoltarmi.
“Giancarlo questa volta ha combinato qualcosa di grosso, non posso tacere” esclamai scuotendo il capo.
L’uomo corrugò la fronte e mi guardò serio: “Che cosa vuoi dire?” mi domandò incuriosito ma anche sospettoso.
“Quel farabutto, non solo si è approfittato di una minorenne, ma l’ha anche messa incinta” sbottai tutto d’un fiato “Ti ricorda qualcosa?”
Marchetti sprofondò nella grossa poltrona e scoppiò in una risata isterica “E bravo il mio figliolo” disse dopo “Vedo che si dà da fare” continuò col solito tono strafottente.
“Che cosa pensi di fare?”
A quella domanda il viso cambiò espressione diventando collerico “Sai bene come la penso, non sono cambiato”.
“Immaginavo!” esclamai alzandomi e dirigendomi verso la porta.
L’uomo mi seguì e afferrandomi per un braccio mi spinse contro la parete e con la mano destra cominciò a stringermi forte la gola, quasi a soffocarmi.
“Tu starai zitta!” sibilò digrignando i denti “Così come hai fatto per tutti questi anni”.
“Già..” sussurrai spostandogli la mano “Quanto sono stata sciocca. Io, che a quel tempo credevo nel nostro amore e invece, ti sei servito di me solo per avere il figlio, già… quello che tua moglie non poteva darti e poi, mi hai rinchiuso laggiù, lontano da tutti. Lontano dal mio Riccardo che non sa neppure della mia esistenza”.
Lasciai lo stabilimento arrabbiata, frustrata, amareggiata e con l’anima devastata. Quell’uomo era il diavolo sulla terra.
In poco tempo Marchetti risolse la situazione a suo modo.
I domestici furono licenziati e spediti assieme alla loro figlia lontano, così nessuno avrebbe visto la giovane e il peccato di Riccardo, che cresceva nel suo grembo.
Dopo neppure un mese ricevetti una comunicazione dalla Curia e fui trasferita in un villaggio isolato in India, dove si trovava una piccola comunità.
La mattina della mia partenza, una notizia in prima pagina sul giornale attirò la mia attenzione. Quando lessi il titolo e vidi la foto sottostante, mi dovetti sedere per non finire in terra.
La ragazza disperata si era gettata da un ponte. Inutili i tentativi di salvarla.
In quell’istante una fitta mi attraversò il cuore, perché ero conscia che le mie mani erano sporche del sangue di quell’innocente.
Cominciai a pagare immediatamente per le mie colpe, dato che non giunsi mai nel villaggio dove mi attendevano. Fui rapita dai guerriglieri maoisti durante il tragitto.
Da più di un anno sono segregata in un buco e nessuno mi sta cercando. Un giorno, forse sparirò nel nulla ma fino a quel momento, eccomi bambola nelle loro mani. Si divertono con me facendomi ogni genere di tortura e mentre lo fanno, recito preghiere. Ho compreso che sono qui per espiare le mie colpe e quando il mio cuore sarà libero, lo sarò anch’io. DM

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