LA PAURA NEGLI OCCHI – racconto

Proviamo paura quando qualcosa sfugge al nostro controllo.

La paura ti può immobilizzare quando entra dentro di te e ti può far compiere gesti che mai avresti commesso.

In nessun caso avrei immaginato di provare addirittura panico, tanto da divenire un disagio per la mia vita.

L’angoscia, il terrore e l’oppressione avevano formato una gabbia nella quale mi ero rintanata, impedendomi di vivere e di essere libera e serena.

Tutto ebbe inizio un’estate, quasi per scherzo.

Lo conobbi al mare, faceva l’animatore nel villaggio turistico dove la mia amica mi aveva portato per le vacanze. Sulla spiaggia era simpatico, allegro, giocherellone con tutti. Non solo il bel ragazzo, ma anche educato, a modo e istruito. Difatti con quel lavoro si stava pagando l’università.

A quel tempo ero single e Serena spingeva affinché uscissi con lui.

Non ero molto convinta, non volevo alcuna storia, desideravo solo farmi le mie ferie in santa pace e rilassarmi.

“Smettila dai” insisteva lei “Non fare la suora. Hai ventotto anni, se non ti diverti adesso, quando lo fai?”.

“Non sono venuta qui per questo. Voglio solo riposare”.

“Non dirmi che non ti piace?” continuava a provocarmi.

“Certo è un bel tipo non lo nego…”

“E allora è fatta!”.

Per quella stessa sera mi organizzò un’uscita.

Paolo era esattamente come si presentava nel villaggio, sempre sorridente, attento, cordiale e con la battuta pronta. Fu così che mi conquistò.

Non so quindi come, ma terminate le ferie mi ritrovai ad essere la sua ragazza.

Abitavamo in due città diverse che distavano però solo quaranta chilometri ma questo non ci fermò e ogni sera me lo ritrovavo a casa, dove trascorreva anche la notte.

Andammo avanti in questo modo per circa sei mesi e tutto procedeva per il meglio, quando nelle ultime settimane cominciai a notare alcuni leggeri cambiamenti. Non era più allegro e brillante, ma un velo di nervosismo aleggiava nell’aria e la malinconia copriva il suo volto.

“Che cosa succede?” chiesi una sera “In questi ultimi tempi mi sembri pensieroso”.

“Questa situazione non mi sta più bene” esordì serio come non lo avevo mai visto.

“Che cosa intendi?”.

“Vederci così, per poche ore. Pensavo di trasferirmi da te definitivamente”.

Restai in silenzio poiché mi aveva colto di sorpresa.

Se da un lato ero entusiasta di averlo con me, una vocina dentro mi stava mettendo in allarme.

“Sta capitando tutto troppo in fretta” risposi alla fine.

“Che cosa vuoi dire? Che non mi ami?” sbottò lui alzandosi in piedi “Sono io che mi rifilo tutti quei chilometri ogni giorno, non sei tu. Tu fai la vita da principessa e te ne freghi di me.

Restai molto male a quelle frasi, ma non aveva tutti i torti. Da parte mia non stavo facendo alcun sacrificio, mentre lui sfidava anche le intemperie pur di raggiungermi.

Tutto tornò alla normalità quando si stabilì definitivamente a casa mia.

Eravamo di nuovo la coppietta della spiaggia, che rideva, scherzava, si abbraccia come due ragazzini.

Questo era quello che scioccamente immaginavo. Come la maggior parte delle donne credevo nell’amore, in quella passione che arde e brucia l’anima e ti fa vedere anche quello che non esiste.

Benché non fossi più una bambina ero caduta trappola di quel trasporto, dell’attrazione fatale ma ancora non sapevo fino a dove mi avrebbe portato.

Invece di toccare il cielo con un dito, finii per aprire le porte dell’inferno.

Da subito iniziarono i problemi. Di colpo era diventato ossessivo, possessivo, cominciò a controllare ogni istante della mia vita.

Un giorno gli presentai alcuni miei colleghi e iniziò ad accompagnarmi al lavoro e all’uscita me lo ritrovavo davanti al portone.

Non potevo tardare neppure cinque minuti che saliva in ufficio per vedere che cosa stavo facendo e durante la giornata mi tempestava di telefonate.

La mossa di trasferirsi a casa mia non fu dettata dall’amore, bensì si rivelò un modo per avermi in pugno.

La ragazza indipendente, libera, solare che ero sempre stata non esisteva più. Quel tipo l’aveva schiacciata sotto il peso delle sue continue persecuzioni.

Mi ritrovai ben presto chiusa in una trappola dalla quale, non sapevo come uscire.

Serena che lavorava con me se ne accorse, perché un giorno vide la paura nei miei occhi.

“Che cosa ti sta succedendo?”.

Fu così che le rivelai ogni cosa tra lacrime e singhiozzi. Ero un fiume in piena, inarrestabile. Le dissi come quel dolce ragazzo della spiaggia si fosse trasformato in Mister Hyde. La sua identità era completamente diversa, era diventato malvagio, cattivo, privo di ogni sensibilità.

“Farà uso di droghe?” disse subito Serena “Non è possibile altrimenti una cosa simile”.

“So che prende delle pillole” risposi “Lui dice che sono per il mal di testa. Ne prende tante durante la giornata. Sono disperata!”.

“Devi liberarti subito di lui, prima che si arrivi al peggio”.

“Che cosa vuoi dire?” domandai sconvolta.

“Se è come penso” rispose la mia amica “Quei tipi arrivano ad ammazzare le loro donne piuttosto che perderle. Bisogna avvisare la polizia e subito”.

Che cosa avevamo in mano? Nulla se non la mia parola. Pertanto dovetti continuare quella non vita, con l’angoscia e il terrore che mi potesse accadere il peggio.

Cercavo per il quieto vivere di assecondarlo, di cedere ad ogni sua richiesta, anche le più strane, nella vana speranza che tutto tornasse come prima.

C’erano dei giorni in cui rivedevo il ragazzo di cui mi ero innamorata e mi pareva impossibile tutto quello che era accaduto nei mesi precedenti.

Una volta per curiosità guardai il flacone delle pillole, non erano per il mal di testa, bensì si trattavano di antipsicotici. Notai il nome del medico e decisi di andargli a parlare.

Fu così che dopo quasi un anno seppi la verità. Paolo soffriva della sindrome della doppia personalità ed era in cura fin dall’adolescenza.

Era un soggetto altamente instabile, predisposto ad attacchi violenti, psicotici e schizofrenici.

Se prima avevo paura di lui, adesso ne ero terrorizzata e non volevo più tornare a casa.

Chiamai Serena, le raccontai la mia scoperta e mi trasferii dai miei zii.

Fu allora che Mister Hyde si scatenò manifestando al mondo la sua vera natura. Venne a cercarmi e mi minacciò con un coltello in mano. Grazie a quel gesto potei fare la prima denuncia e cacciarlo da casa. Quella fu la prima di molte altre, perché non si arrese e da quel giorno entrai in un tunnel buio, oscuro, tanto profondo da togliermi il fiato.

Mi ritrovai vittima di stalking, persecuzioni, insulti e tentate violenze. La paura stava prendendo possesso della mia esistenza, tanto che non uscivo più, neppure per andare al lavoro e mi ero rintanata in casa.

All’ennesimo episodio però reagii. Una sera uscendo per buttare la spazzatura, me lo ritrovai davanti. Mi prese per un braccio e tentò di trascinarmi verso la sua auto. In quel momento tutta la rabbia che avevo accumulato in corpo, uscì. Iniziai a colpirlo con calci e pugni, mentre le mie urla attirarono l’attenzione dei vicini.

Fu allora che fissandolo negli occhi gridai: “Con me hai chiuso. Non ho più paura!”.

La polizia arrivò e se lo portò via. Qualche giorno dopo seppi che Paolo si era tolto la vita.

Quando venni a conoscenza della notizia, rimasi indifferente.

“Strano”, pensai “Eppure a quel ragazzo ho voluto bene” poi mi venne in mente tutto il male che mi aveva fatto e compresi che nella nostra storia non era mai stato realmente amore, ma solo un’illusione travestita ad arte per confondermi le idee e avere il possesso della mia vita. DM

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