Il vecchio lume della speranza – racconto

Al Giorno della Memoria

Ci sono avvenimenti che vorresti dimenticare, ma sono marchiati a vita dentro e fuori di te e ti consumano, ti logorano anche l’anima se tu non sei abbastanza forte da sopportare. Eppure questi stessi, ti hanno fatto divenire la persona che sei e nonostante il trascorrere del tempo continuano inesorabilmente a fuoriuscire, come gocce d’acqua in un tubo marcio; puoi tentare di ripararlo, di sistemarlo, ma quella dannata condotta, resterà ugualmente deteriorata.

“Nonno stai dormendo?” la voce di mia nipote mi distoglie dai pensieri.

Il respiro si è fatto ansimante, ma voltandomi le rispondo: “No, sono pronto”.

“Bene” continua lei “Perché ci stanno aspettando” poi, si ferma un attimo e inginocchiandosi davanti alla poltrona, continua “Se non te la senti, possiamo lasciar stare; non è necessario che tu vada” esclama prendendomi la mano”. Anche lei sa bene quando tutto questo sia doloroso.

Scuoto il capo e risoluto dico: “Lo devo fare!”. Mi aiuta ad alzarmi e usciamo.

La Sala del Consiglio Provinciale era già gremita di persone quando arriviamo. Non immaginavo di trovare così tanta gente in un giorno feriale. Mia nipote mi prende sotto braccio e percorriamo i lunghi corridoi nei quali intravvedo appese diverse foto in bianco e nero, ma le scorgo di sfuggita, non voglio fermarmi. In fondo c’è il palco e a me interessa solo andarmi a sedere.

Le autorità competenti si avvicinano per salutarmi: “C’è da aspettare ancora qualche minuto” dice il vice sindaco guardando l’orologio.

Abbozzo un sorriso e mi siedo.

Nella confusione della sala i miei occhi velati dall’età scorgono qualcosa di familiare è un tonfo al cuore inevitabile. Tutt’attorno, le cose e le persone spariscono come per magia e mi ritrovo laggiù. La mia mente torna indietro e vaga e fruga nei meandri di un passato scolpito per sempre in me.

“Ben, presto prendi la tua roba” bisbigliò mia madre avvicinandosi al letto “Cerca di non fare rumore”.

Accese un lume a petrolio, l’unico che possedevamo e che portavamo sempre con noi; praticamente un lusso per quei tempi.

Assonnato ubbidii. Avevo un fagotto con pochi stracci sopra una sedia e svelto m’infilai gli abiti. Era notte fonda quando uscimmo di nascosto dal retro del negozio dove avevamo trovato riparo.

Avevo sentito dire che la guerra era in pieno svolgimento e la nostra famiglia si dovette dividere: io ero con mia madre, mentre mio fratello Rabi più grande di cinque anni, rimase con mio padre.

In strada non c’era anima viva, neppure un gatto. Nella via buia, c’era solo un lampione altissimo ma spento. Solo la luce della luna, illuminava i nostri passi e in silenzio ci allontanammo dalla città, in tempo prima della sua distruzione.

Avevo solo dodici anni; pochi per riuscire a capire fino in fondo che cosa stesse accadendo, ma troppi per non aver paura.

Ci nascondemmo in un casolare diroccato in campagna e da lì, attendemmo ascoltando ogni cosa. Sentimmo passare aerei e macchine. Guardai il viso di mia madre era teso e preoccupato. L’abbracciai tremante e lei si sforzò di rassicurarmi.

Pochi istanti dopo udimmo i boati che fecero sussultare la terra.

Era solo l’inizio della fine.

A un bambino la sera gli si raccontano le favole per farlo addormentare, a noi, a quei tempi bastava solo il silenzio, la quiete, la tranquillità di non sentir volare bombardieri o il udire il cigolio dei carri armati pronti a colpire una casa o ancora assistere i militari armati che buttavano giù le porte per trascinare via le persone come fossero stati sacchi d’immondizia.

Le mie orecchie erano piene di tutti questi suoni ed era terribile. Udire le urla strazianti delle madri alle quali portavano via i bambini e i pianti di questi ultimi che riecheggiavano nell’aria e gli spari e subito dopo, silenzio.

Avevo paura che un giorno o l’altro sarebbe toccato anche me; mi avrebbero trovato, portato chissà dove e fucilato. E con questo pensiero vivevo le mie giornate.

Rammento la voce di mia madre quando la sera accendeva il famoso lume e diceva per rassicurarmi: “Fino a quando questa luce sarà accesa, ci sarà speranza”.

Così fissavo quella lampada come fosse un ormeggio, una fiamma magica alla quale aggrapparmi e pregavo.

Lei aveva un coraggio, una forza ineguagliabile e la trasmetteva nonostante lo scempio ci circondasse, mentre attraversavamo le città distrutte con i corpi e le case devastate dai bombardamenti. Mi diceva di guardare sempre davanti a me e di non soffermare lo sguardo su alcuna cosa, ma di volgere gli occhi all’orizzonte. Cercava di proteggermi dalle brutture di una guerra immane.

Quanto ho amato mia madre: donna unica e meravigliosa.

Nei giorni che seguirono, trovammo riparo presso delle persone che non avevo mai visto. Con noi erano molti gentili e premurosi. Cercarono difatti di trovarci dei vestiti nuovi, poiché i nostri erano completamente lisi e l’inverno era freddo e il vento pungente. A me avevano dato una giacca che mi arrivava quasi alle caviglie e pareva un cappotto, praticamente ci sparivo dentro, però teneva caldo e questo era l’importante. Il cibo era scarso ma i pasti erano fin troppo ricchi e abbondanti rispetto a quello che sarebbe arrivato dopo.

Una sera un tizio minuto bussò alla porta: era una cosiddetta staffetta. Il suo compito era di portare le notizie a chi come noi si era dovuto nascondere. Dalla reazione disperata di mia madre, compresi ciò che era capitato a mio padre e a mio fratello; purtroppo erano stati catturati.

“Non è più sicuro neanche qui” esclamò la signora Yasmina mettendosi le mani tra i cappelli. Il marito la strinse forte esclamando: “Prepariamo le nostre cose”.

Per l’ennesima volta fummo costretti a lasciare un rifugio.

Soli, infreddoliti, affamati, angosciati, disperati, vagavamo nel buio di una città fantasma.

In tutto questo, continuavo a chiedermi il perché. Mi domandavo che cosa avessimo fatto a quegli uomini di così brutto, da meritare di essere trattati come bestie. Non eravamo forse anche noi persone? Qual era la differenza che dava a loro questo potere assoluto? E chi glielo aveva dato?

Mi guardavo attorno e scorgevo solo dolore. Il sole si era dimenticato di sorgere sul mondo e aveva lasciato il posto alle tenebre; un’oscurità malvagia aveva attanagliato il cuore degli uomini.

Il nostro vagabondare terminò dentro ciò che restava di una cappella che era stata bombardata. Mia madre sistemò alla meglio un angolo per poterci dormire. Come sempre tirò fuori la nostra lampada e l’accese e alla vista di quella fiamma che ardeva, mi assopii rassicurato.

Quello divenne il nostro nuovo nascondiglio. Rammento che mi lasciava lì e andava fuori alla ricerca di qualcosa da mangiare; non sempre riusciva a trovarlo, ma a volte portava un pezzo di pane o qualche patata e per noi era festa, anche perché lei aveva quel suo modo di fare che invogliava alla speranza.

Un giorno però anche quella tenue luce, si spense: ci trovarono e fummo catturati.

Se pensavo nella mia ingenuità di aver visto l’orrore, mi dovetti ricredere, poiché nulla ancora conoscevo che somigliasse a questa parola.

Ci costrinsero a salire su un camion dove c’era altra gente, ammassati come bestiame, eravamo l’uno sull’altro e dopo un viaggio durato molte ore, ci scaricarono. Ad attenderci altri militari con i mitra spianati, che ci divisero: uomini a destra, donne a sinistra e bambini piccoli al centro. Io finii tra gli uomini.

Le urla strazianti di quelle povere persone le ho ancora nelle orecchie; tra queste anche le mie e quelle di mia madre.

“Mammaaaaaa!” urlai con quanto fiato avevo in gola, mentre spariva dietro a un cancello.

Quella fu l’ultima volta che i nostri occhi s’incrociarono.

Una donna straordinaria, che fino all’ultimo cercò di darmi la forza di reagire e di lottare, affinché io vivessi.

Già, ho vissuto sulla mia pelle lo strazio della deportazione nazista. Ho visto la fame e l’orrore degli stermini quasi quotidiani delle camere a gas; ho visto uomini che non erano più tali ma fantasmi che si trascinavano, in attesa solo della morte che li potesse rendere liberi.

Sono trascorsi tanti anni, ma tutto questo è restato dentro di me; in un angolo della mia memoria che pulsa nelle fredde sere d’inverno, perché non si può dimenticare l’atrocità, la follia umana quando esplode come una bomba verso i suoi simili, senza provarne alcuna pietà.

Mi sento percuotere e chiamare e così torno alla realtà e mi ritrovo nella Sala del Consiglio Provinciale.

“Nonno, stai bene?” chiede mia nipote preoccupata “Hai una faccia strana”.

Sospiro profondamente e mi guardo attorno. La stanza è gremita e le persone mi osservano, è il mio turno.

Lentamente mi alzo e mi avvicino al microfono: “Sono stato chiamato qui per raccontare la mia storia, in modo particolare ai giovani, perché dobbiamo tener sveglie le coscienze e insegnare a non cedere alle frasi fatte rendendoci complici di semplici battute, d’insulti, di piccole angherie, che se lasciate impunite possono diventare grandi, fino ad arrivare alla persecuzione se non al dramma. Sono la testimonianza vivente di ciò che è stato e che mai più dev’essere. Ricordate sempre una cosa, dentro ogni persona esiste una fiamma, una luce di bontà, fate in modo che questa non si spenga mai, perché fino a quando vivrà, esisterà la speranza”. Con gli occhi lucidi continuo il mio racconto perché mentre gli astanti attenti ascoltano, la mia mente vaga e pensa inevitabilmente a lei, la donna più importante della mia vita.

(Questo racconto si trova all’interno del volume “Un soffio nell’anima” Apollo ed.)

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