QUESTIONE DI SEMPLICITÀ

“Se non ti avessi dato retta, non mi ritroverei bloccata con la gamba rotta!” sbraitai contro mio marito. “Sono cose che capitano a tutti” rispose lui con la sua solita flemma “Non farne un dramma, anzi approfitta di questo tempo per riposare”. Era insopportabile quando mi trattava come una bambina.

“Ricordati che questa mattina viene quella signora per darti una mano in casa” continuò “Mi raccomando, non falla scappare come le altre”. “Che cosa vorresti insinuare?” “Nulla cara, nulla” e prendendo il soprabito, uscì.

Ero un’insegnante in pensione e vivevo con mio marito in una piccola villetta fuori città. Non avevamo avuto figli ed i parenti, quei pochi, non si facevano mai sentire. Non ne comprendevo bene il motivo. Trascorrevo così le mie giornate cercando di divagarmi con piccoli hobby, ma le ore erano lunghissime da passare. Qualche settimana prima Enrico mi aveva esortata a fare un giro in bicicletta. Non avrei mai dovuto accettare. Per colpa sua, mi ritrovavo a casa ingessata. In quel momento, il campanello suonò insistentemente. “Che modi” pensai cercando di avvicinarmi all’entrata. Aprii la porta e rimasi ammutolita vedendo quella donna dinanzi a me. “Buongiorno signora, sono qui per il lavoro” disse in uno stentato italiano. Restai a fissarla: era giovanissima e vestita come una zingara. Mi feci ripetere la frase, credendo di non aver compreso.

“Prego entri pure” dissi facendola accomodare “E’ meglio che parliamo un po’”. Ci dirigemmo nel salotto ed io continuai a squadrarla dalla testa ai piedi. Non mi piaceva molto. “Sono stata chiamata da suo marito. Mi ha detto che si è fatta male ed ha bisogno di una persona che la aiuti” disse lentamente cercando di non sbagliare. “Posso conoscere le sue origini?” “Sono moldava di Rîbnița, mi chiamo Alina e mi trovo in Italia da cinque anni”. “Come mai è venuta proprio in Italia?” “La mia famiglia aveva bisogno ed io ho seguito un gruppo di amici”. In poche parole cominciai a farle il terzo grado. Questo era un lato del mio carattere che non riuscivo a controllare. Ero diffidente con tutti; puntigliosa; pedante; pignola all’inverosimile, scontrosa e lunatica. Difatti nessuno voleva lavorare alle mie dipendenze. Non lo facevo apposta. Ero fatta così. Inoltre provavo dentro di me un senso d’inquietudine e di nervosismo, senza però conoscerne l’origine. Alina pareva una bambina, poco più che vent’enne. Poteva essere mia figlia. Aveva una storia straziante alle spalle e nonostante questo, restavo guardinga. Volli comunque darle una possibilità. “Comincerà domani. Venga alle nove in punto” dissi riaccompagnandola all’uscita “Mi raccomando, ci tengo alla precisione”. “Non si preoccupi signora”, esclamò quasi timorosa. La sera, raccontai del colloquio a mio marito e lui sospirò dicendo: ”Speriamo che questa ragazza vada bene. Sono proprio stanco di perder tempo a cercare personale”. “Che cosa vorresti dire? Non è colpa mia se oggigiorno le persone non hanno voglia di lavorare” risposi seccata. Enrico si voltò e guardandomi scosse il capo senza aprir bocca.

La mattina seguente, ancor prima dell’orario stabilito, la giovane si presentò. Era minuta e graziosa con i suoi capelli rossi raccolti da un fermaglio che incorniciavano un viso fanciullesco. Due occhi verdi splendevano, ma parevano spaesati. Le mostrai il lavoro e lei, diligentemente, senza perder tempo si mise all’opera. Pareva una formichina laboriosa. Non si sentiva nemmeno ed io seduta dalla poltrona in salotto, passai il tempo a controllarla. Lavorò tutta la mattina senza fermarsi e dovetti ammettere che era stata brava. “Forse ci siamo” dissi a mio marito durante la cena “Il lavoro di Alina è apprezzabile. Vedremo nei prossimi giorni”. “Sei sempre la solita pignola” rispose Enrico conoscendomi bene. “Sciocchezze!” esclamai risentita. Trascorsero le settimane e la ragazza oramai pratica dei compiti, li eseguiva con estrema fluidità. Non occorreva difatti che le dicessi che cosa dovesse fare. Era sempre molto discreta, silenziosa, educata, riservata e affidabile. Con il suo modo di fare così garbato e pulito, era riuscita a conquistarmi. Tanto che, mi accorsi di attendere con ansia la sua visita mattutina. Era per me una boccata d’aria fresca. Mi ero ristabilita quasi del tutto; mi avevano tolto l’ingessatura ed avevo fatto fisioterapia. Volendo avrei potuto lasciarla a casa. Eppure, non lo feci. Mi ero abituata alla sua presenza; a quella figura cristallina che svolazzava leggiadra come una farfalla da una stanza all’altra. Inoltre, sapevo che lei aveva necessità di lavorare, perché parte dei guadagni, li spediva alla sua famiglia in Moldavia.

Una mattina arrivò in ritardo, visibilmente sconvolta. Gli occhi gonfi e pieni di lacrime. “Piccola Alina, che cosa ti è capitato?” le chiesi preoccupata. “Signora è terribile, mi vogliono mandare via”. “Chi?” La ragazza agitata mi raccontò che il nuovo padrone di casa, approfittando della sua condizione di straniera, l’aveva intimorita, per liberare l’abitazione. “Io sono regolare qui in Italia, ma lui mi ha detto che mi rimanda in Moldavia… che mi caccia fuori. Non so dove stare? Sono disperata!”. Vedendola in quelle condizioni, l’abbracciai come se fossi stata sua madre e lei mi si gettò addosso come una bimba impaurita e bisognosa di protezione. “Non temere” le dissi “Mio marito è avvocato e sistemerà tutto”. Chiamai immediatamente Enrico e gli spiegai la situazione. “Dobbiamo aiutare Alina; quel razzista non deve farla franca” proruppi con una foga tale da divenir tutta rossa in viso. “Certo cara” esclamò lui sorpreso dalla mia reazione “Stai tranquilla, quel farabutto, avrà il fatto suo”.
Rassicurai la ragazza che qualora avesse dovuto lasciare l’immobile, sarebbe venuta ad abitare da noi. Dopo aver detto quelle frasi, non credevo io stessa alle mie orecchie. Alina mi era entrata nel cuore, con la sua dolcezza, la sua naturalità e la sensibilità, doti ormai rare nelle persone. Fortunatamente bastò una lettera di mio marito per rimettere le cose al loro posto. Una sera durante la cena Enrico iniziò a guardarmi in modo insolito. “Che cosa ti prende?” gli chiesi “Qualcosa non va?”. “Pensavo che da quando è arrivata Alina sei cambiata. Ti sei addolcita” esclamò soddisfatto “Non sei più litigiosa e brontolona. Sei più calma, rilassata, generosa, accondiscendente. Sembri un’altra donna”. “Sciocchezze” risposi stizzita come al solito “Stai fantasticando”.

Dentro di me però sorrisi serena, pensando alla fragile e delicata ragazza, che con la sua semplicità, aveva compiuto un evento prodigioso.

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