Lotta per la vita – racconto su drammi attuali

Da bambino ti raccontano che esiste il male e nelle favole c’è sempre la figura del mostro, del cattivo e te la presentano brutta e paurosa.

Peccato però che nessuno ti avverte che nella vita reale gli stessi ambigui protagonisti esistono, ma hanno vestiti belli e sono gentili, sorridenti e si manifestano con una faccia da angelo ingannatore.

Come si fa a scoprirli? Quando oramai è troppo tardi e sei caduto nella loro trappola e puoi solo cercare di uscirne.

Il desiderio di cambiamento, di una vita migliore, diversa da quella che stavo conducendo, mi spinse ha lasciare ogni cosa alle spalle e seguire un sogno, e con lui un destino fatto di incertezze, di ombre e di oscure presenze.

Soprattutto però la voglia di restare in vita, la spasmodica, l’affannosa ricerca della libertà.

Nel mio paese in quegli anni c’era la guerra, la fame, la povertà e la paura che aleggiava su tutti e su tutto. Non esistevano più il giorno e la notte, ma si alternavano la quiete e il fragore delle bombe. La mia città era stata per metà distrutta.

A causa dell’arretratezza e per la depressione della nazione, migliaia di persone cominciarono ad abbandonarlo. Io fui uno di loro, ero appena maggiorenne quando lasciai la mia famiglia e partii.

Figlio unico, i miei genitori erano da un lato disperati all’idea di vedermi allontanare, ma dall’altro, sapevano che se fossi restato mi avrebbero presto reclutato e l’ombra della morte mi avrebbe camminato a fianco.

L’esodo pareva biblico tanta era la gente che scappava con niente, proprio come me, che quella notte solo gli abiti che indossavo mi aggregai agli altri.

C’erano dei gommoni di fortuna che attraversavano via mare quello specchio d’acqua per giungere su quella, che noi era una sorta di America, ma invece sbarcavamo sulle coste dell’Italia.

Per fare quel viaggio dovetti pagare, così come tutti gli altri e fu la mia famiglia a farlo, vendendo quel poco che ancora possedeva.

Erano i primi anni ’90 quando la catastrofe economica si abbatté sull’Albania. Decine di migliaia di risparmiatori scoprirono di essere stati truffati da finanziarie e lo scontento popolare si rivolse verso il governo, accusato di complicità. In poco tempo si arrivò alla guerra civile.

Ecco un esempio di ambigui protagonisti vestiti in giacca e cravatta, che avevano fatto crollare una nazione intera.

L’orrore visto nella mia città, mai lo scorderò e lo stesso ciò che mi accadde una volta portato a terra.

Solo, senza soldi e senza nessuno, seguii scioccamente un uomo, che mi lusingò con i suoi modo gentili.

“Vieni con me ragazzo e stai tranquillo” disse tirandomi per un braccio e spingendomi dentro una macchina.

Non conoscevo d’italiano ma solo la mia lingua e qualche parola in inglese, per cui, per me era difficile capire quello che le persone dicevano.

Gazjet si chiamava quel tipo che credevo un amico, un benefattore che mi portò in un casolare isolato, dove c’erano altri albanesi.

“Puoi sistemarti qui” disse indicandomi una stanzina con una branda “Vedrai, ti troverai bene” continuava con quel fare cordiale.

Non capivo però, perché gli altri tre uomini ridevano mentre mi parlava, ma ben presto compresi tutto.

La mattina successiva mi diede degli abiti puliti e mi fece rifocillare. Degli altri tre non c’era più traccia.

Li rividi solo alla sera, quando tornarono a bordo di una bella automobile e si misero a parlottare a bassa voce con Gazjet. Ogni tanto voltavano lo sguardo verso di me, per vedere se ascoltavo e poi, sussurravano ancora qualcosa. Di sicuro io non dovevo sentire.

“Tutto bene?” chiesi curioso.

“Sì, tutto a posto” esclamò Gazjet “Tra qualche giorno inizierai a lavorare, sei contento?”.

“Certo, ma che cosa dovrei fare?”

“Te lo spiegherò al momento” rispose serio cercando di tagliare il discorso.

Due sere dopo fui invitato ad uscire con loro per fare un giro in città, così credevo.

La città era bella, illuminata e silenziosa. Il ricordo delle bombe era ancora nelle mie orecchie, eppure in quel momento mi pareva così distante. Forse la voglia di dimenticare era tanta, che cercavo di staccare la mente da quei pensieri funesti. Desideravo solo divertirmi, in fin dei conti ero solo un ragazzo che voleva vivere e stava lottando per riuscire a costruirsi un futuro.

La macchina si fermò dinanzi ad un grande cancello. Gazjet telefonò a qualcuno e il cancello come per magia, si aprì.

Degli uomini ci stavano aspettando davanti ad una villa e a quanto pare si conoscevano tutti.

Entrammo e fui presentato al padrone di casa. Era un ricco industriale di mezza età, che parlava oltre che inglese, anche qualche parola in albanese. L’uomo era molto gentile, amichevole, affabile e ci sedemmo tutti in salotto, dove consumammo diversi alcolici. Nonostante le mie lamentele fecero bere anche me, e ben presto cominciò a girarmi la testa.

Mi resi conto che non stavo bene, avevo nausea e vedevo doppio. Avvisai Gazjet dicendo che volevo andar via da quel posto ma invece, il padrone di casa mi suggerì di stendermi.

Fui accompagnato al piano superiore e mi coricai in un letto. Nel dormiveglia sentii qualcuno entrare e avvicinarsi, sedersi al mio fianco e accarezzarmi il viso. Non riuscivo a tenere gli occhi aperti ma dal profumo, riconobbi il dopobarba dell’industriale.

Sentii le sue mani sbottonarmi la camicia e carezzarmi il petto e poi sempre più giù. Il mio corpo era diventato così pesante che non riuscivo a muovermi. Che cosa stava facendo quella canaglia in giacca e cravatta?

Avrei voluto dargli un pugno, un calcio, mandarlo via, ma ero immobile in balia di un mostro.

“Gazjet perché mi hai fatto questo?” pensavo mentre quel bastardo si stava divertendo.

Cercai di raccogliere le uniche, poche forze che mi restavano, mi divincolai da quelle sudice mani e mi diressi verso la finestra. Preso dal panico e dal disgusto, l’aprii e mi gettai di sotto.

Stordito e intontito per l’alcol e forse anche per qualche sostanza che avevo assunto a mia insaputa, mi ritrovai nel giardino sottostante. Mi ero fortunatamente lanciato dal primo piano e non mi ruppi niente, qualche graffio agli arti e delle escoriazioni. Tirai su le mutande, gli unici indumenti che mi restavano indosso e cominciai a correre come un dannato nella penombra cercando una via d’uscita.

Sentivo le loro voci alle mie spalle, mi stavano correndo dietro, ma non mi voltai. Notai in lontananza il cancello d’entrata e scalzo, svestito, con la forza della disperazione, lo scavalcai sparendo nella notte tra le vie di una città sconosciuta.

Vagai per quelle strade deserte, poco illuminate seguendo una destinazione ignota, quando udii il rumore di una macchina.

“Ehi ragazzo! Che cavolo ti è successo?”.

Non capivo nulla di quello che mi stavano dicendo, ma esausto e ancora stordito non feci alcuna resistenza nel seguire quei due giovani italiani, trasandati, con piercing alle labbra e orecchini di tutti i colori dentro la loro auto.

Mi diedero subito una maglia e avendo compreso che mi era capitato qualcosa di brutto, mi portarono in questura.

Alessio e Mirko sono stati i miei angeli custodi. A loro devo la mia salvezza perché non mi hanno abbandonato, anzi sono restati lì con me e mi hanno aiutato in tutto.

E’ grazie a loro se oggi, a distanza di quasi un anno, ho una vita dignitosa qui in Italia. Ho un lavoro e condivido un piccolo appartamento con un altro ragazzo, sempre italiano.

Sono riuscito inoltre a denunciare quei bastardi, facendo venire alla luce il loro giro di prostituzione e il famoso industriale, è finito su tutti i giornali con uno scandalo epocale.

Ho imparato molto da quell’esperienza, soprattutto che non bisogna guadare il vestito o i modi di fare, perché ciò che conta in una persona, è il suo cuore.

Icambiamenti inoltre nella vita posso accadere solo se lotti con tuttele tue forze senza mai voltarti indietro, come se da ogni prova,dipendesse la tua intera esistenza.

D.M

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